Nove Oscar per ‘Il paziente inglese’: la notte del trionfo di Anthony Minghella

Dodici nomination e nove statuette per *Il paziente inglese*: la notte del 23 marzo 1997 al Kodak Theatre di Los Angeles consegnò l’Oscar a Anthony Minghella, superando la satira dei Coen e il realismo di Leigh.

Dodici nomination e nove Oscar: la notte del 23 marzo 1997 il Kodak Theatre di Los Angeles si inchinò a Il paziente inglese. Anthony Minghella vinse per miglior regia e sceneggiatura non originale, John Seale per la fotografia e Gabriel Yared per la colonna sonora; Juliette Binoche conquistò l’Oscar come attrice non protagonista.

Il paziente inglese / The English Patient, tratto dal romanzo di Michael Ondaatje – vincitore del Booker Prize nel 1992 – porta la firma di Minghella, regista e sceneggiatore. La premiere mondiale a Los Angeles è datata 6 novembre 1996; la distribuzione italiana è arrivata a fine febbraio 1997 tramite Miramax, dopo riprese tra Tunisia, Italia e Regno Unito.

La struttura riprende il “romanzo-cubo” di Ondaatje: le ultime fasi della Seconda Guerra Mondiale, un monastero toscano ridotto a lazzeretto. Hana, l’infermiera interpretata da Juliette Binoche, accudisce un uomo ustionato e amnesico, che si rivela essere il cartografo ungherese Laszlo de Almasy.

Intorno al nucleo principale ruotano le sottotrame: Kip, il sapper Sikh interpretato da Naveen Andrews, e Caravaggio, il ladro mutilato di Willem Dafoe, catalizzatore di ricordi. Le tensioni si dipanono attraverso silenzi, fede e passioni private.

Minghella dichiarò il modello di David Lean: 162 minuti e una fotografia di John Seale, che cita Lawrence d’Arabia e Il dottor Zivago. Gabriel Yared compose un tema leitmotiv che mescola oud mediorientale e orchestra sinfonica.

Dopo le commedie Mr. Wonderful (1993) e Il fantasma innamorato (1995), Minghella realizzò Il talento di Mr. Ripley (1999) e Ritorno a Cold Mountain (2003). La sua morte, nel 2008, a 54 anni, da emorragia cerebrale lasciò un vuoto nel cinema britannico.

La critica ha accusato il film di ridurre la Seconda Guerra Mondiale a sfondo per passioni private, erede del classicismo di Charles Vidor e del suo Addio alle armi (1932). Il deserto egiziano, per i detrattori, resta un’insensibilità orientalista.

Il trionfo superò Fargo, Jerry Maguire, Segreti e bugie e Shine. Ventisette anni dopo, la seduzione tecnica resta intatta; la riabilitazione critica, invece, latita.

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