Sarandon a 80 anni: 'Trump è una depravazione, a Gaza massacrano bambini col cessate il fuoco'. E la sua risposta a chi le chiede se la carriera ne ha risentito: 'Non importa. Non pago se costa la vita di migliaia di ragazzi'

L'attrice, in gala a Roma per il Womenland Award 2026 presentando The Accompanist di Zach Woods, sferra un doppio attacco: all'amministrazione di Donald Trump e all'orrore in Palestina. Al Nobu Hotel di via Veneto, tra i giornalisti intervistati, il collega Robert De Niro — anche lui in guerra con il presidente americano — la segue a ruota.

Otto decenni sotto i riflettori, ma Susan Sarandon non ha ancora imparato a stare zitta. Anzi: a 80 anni, invece di ritirarsi in una villa dorata e indossare tacchi bassi, ha scelto di puntare il dito contro il presidente degli Stati Uniti e di urlare l'orrore di Gaza. E la sua risposta a chi le chiede se la sua carriera ne abbia risentito — diversi film boicottati, un arresto durante le proteste contro Netanyahu all'Onu — è secca: «Non importa. Non pago se costa la vita di migliaia di bambini».

È appena arrivata a Roma, e già ha acceso la miccia. Ospite di Alice nella Città, per presentare il primo film da regista di Zach Woods, The Accompanist, e raccogliere il Womenland Award 2026 — un premio che celebra proprio la sua «ostinata indipendenza» — l'attrice, cinque volte candidata all'Oscar, non ha perso tempo: due bersagli precisi. Primo: l'amministrazione di Donald Trump, «depravata». Secondo: la tragedia di Gaza, dove «la gente viene massacrata nonostante il cessate il fuoco».

«La fucilazione in diretta di Hasan? Penso che questa vicenda metta in luce la sua mancanza di moralità, di sensibilità e la sua mascolinità tossica, e mostri quanto sia profonda l'infezione che oggi affligge il governo degli Stati Uniti, mettendo in luce la depravazione dell'amministrazione Trump. Per avere un'idea del genere devi essere fuori di testa» — tuona l'attrice, incontrando i giornalisti al Nobu Hotel di via Veneto. La struttura romana è di proprietà di Robert De Niro, anche lui in aperta guerra con il presidente americano: un bel duo di dissidenti hollywoodiani che non ha paura di mettersi contro il potere.

La battuta di Sarandon non si ferma qui: «Il fatto che Hegseth — il segretario alla Difesa Usa — lo abbia pensato e suggerito... forse è la dimostrazione che fosse strafatto oltre ogni limite (le sue parole erano «high as a kite») per fare un annuncio del genere». E sebbene abbia ammesso che l'esecuzione in streaming «ha riaperto il dibattito sulla pena di morte», non ha esitato a fare il parallelo con una delle pagine più buie della storia americana: «Abbiamo già conosciuto un simile orrore durante la schiavitù, quando la gente si radunava per osservare uomini neri impiccati agli alberi. È qualcosa di estremamente pericoloso, terribile e profondamente disumano. Non credo di aver visto qualcosa di così sconvolgente dai tempi dei video diffusi dall'Isis».

Un argomento che la Sarandon conosce bene: nel 1996 vinse l'Oscar proprio per Dead Man Walking, il film sulla pena capitale. «Pensate anche al danno che farebbe a quelli che tireranno il grilletto, a quelli che spareranno, perché se non mi sbaglio il condannato a morte è su una sedia a rotelle» — osserva. «Trasmettere dal vivo un omicidio, a sangue freddo, contro una persona assolutamente non in grado di difendersi, al di là di quello che lui poi abbia fatto, potrebbe rovinare anche le vite di coloro che procedono questa esecuzione».

Ma è quando le chiedono se la sua libertà di opinione le sia costata cara in termini di carriera che la sua risposta è secca: «Non importa quanto ho pagato io. Cosa è il danno di un'attrice che perde la sua agenzia o qualche ruolo sullo schermo di fronte alla tragedia di Gaza. Mentre noi parliamo migliaia di persone stanno morendo. Migliaia di bambini massacrati in Palestina, che continuano a essere uccisi nonostante il cessate il fuoco. E poi in Libano, Iraq, dove i bambini vengono colpiti dai cecchini e sepolti vivi».

La priorità, per lei, è che «tutto questo non venga normalizzato. Bisogna parlarne, bisogna che la gente veda film come "Naza" affinché tutti, e soprattutto i giovani, vedano il mondo che gli stiamo lasciando e protestino contro chi accetta questo orrore. Oggi i ragazzi sono istruiti, coraggiosi e arrabbiati. La situazione va avanti da così tanto tempo che se ne parla fin troppo poco. Scendere in piazza è fondamentale, e vale la pena farsi arrestare».

A chiudere, un appello diretto ai giornalisti: «Dovete mantenere sotto i riflettori le uccisioni. Bisogna fare il possibile per ottenere un vero cessate il fuoco. Dovete continuare a parlare di questo mondo, che ormai è un grande casino».

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