Michael Douglas a nudo: sesso, droga, tradimenti e il cancro nell'autobiografia senza filtri
Esce il 20 ottobre per La Nave di Teseo «One Helluva Ride», le memorie dell'attore 82enne che non risparmia nulla a nessuno, men che meno a se stesso. Niente retorica, niente vittimismo: Douglas mette nero su bianco una vita vissuta al limite, tra eccessi che avrebbero ucciso chiunque e una carriera che gli ha regalato due Oscar e una stella sulla Walk of Fame.
Il libro è un pugno nello stomaco. L'attore smentisce categoricamente l'etichetta di «sesso-dipendente» che gli incollarono addosso nei primi anni Novanta, quando finì in una clinica di riabilitazione: «Non sono mai stato sesso-dipendente». La verità è più banale e più dura: era un tossicodipendente. Cocaina e alcol, «quantità enormi ogni singolo giorno», una routine distruttiva che lo stava consumando vivo. Il sesso era solo un sintomo, non la malattia.
Poi ci sono le donne. Tutte. Catherine Zeta-Jones, 25 anni meno di lui, moglie dal 2000 e unica capace di mettergli il guinzaglio: «Ho fatto cinque rapide telefonate e ho chiuso con tutte le altre», ammette Douglas. Che all'epoca frequentava più donne contemporaneamente. Lei non ha ancora letto il libro, dicono i tabloid: forse si è fatta una risata, forse si è innervosita. Fatto sta che la loro è una delle unioni più durature di Hollywood, il che, da quelle parti, è già un miracolo.
Prima di Catherine c'era Diandra Luker, la prima moglie, che lo lasciò quando lo sorprese a letto con un'altra. E c'erano le amanti: Kathleen Turner, storia segreta durata anni sul set de «All'inseguimento della pietra verde» (1984), entrambi sposati, entrambi a mentire per decenni «per proteggere le famiglie». Jeanne Tripplehorn, sul set di «Basic Instinct» (1992): Douglas se ne innamorò «perdutamente», a un passo dal divorziare da Diandra. Di Sharon Stone, la co-protagonista che tutto il mondo immaginava nel suo letto, nemmeno l'ombra.
Il capitolo più doloroso non parla di letto né di polvere bianca. Parla di sangue. Il figlio maggiore Cameron, tossicodipendente, finito in carcere. Gli altri figli lontani. Una famiglia «profondamente divisa e distante», ammette lui. E il padre Kirk, «gigante» del cinema, un'ombra ingombrante con cui Michael ha dovuto fare i conti per tutta la vita.
Infine il cancro. Quello alla lingua, spacciato per cancro alla gola per questioni di immagine. La chemio, la radioterapia, la paura di morire, il cambiamento radicale nella percezione del tempo.
A 82 anni Douglas non ha più nulla da dimostrare. Non cerca assoluzione, non chiede pietà. Racconta i fatti. Crudi, nudi, efficienti. Come la sua vita. Il prezzo del successo è tutto qui, in 400 pagine che non lasciano scampo.