Il Nobel, il re di Svezia e le due bambine: quando zia Rita sfidò il protocollo per amore

BERGAMO – C’è un’aneddotica che vale più di mille biografie ufficiali. È il 10 dicembre 1986, Stoccolma, la sala del Premio Nobel. Rita Levi-Montalcini, appena insignita per la medicina, guarda il re Carlo Gustavo di Svezia e mette la firma su una clausola tutta sua: «Se le ragazzine non entrano, io non ritiro il premio». Le ragazzine sono Claudia e Paola, dieci e otto anni, le figlie di sua nipote Piera. Il protocollo le voleva fuori. La zia, che di protocolli ne aveva infranti parecchi in laboratorio, vince anche questa.

Quarant’anni dopo, a BergamoScienza, Piera Levi-Montalcini – ingegnere, ottant’anni a dicembre, la memoria viva di una famiglia straordinaria – racconta l’episodio con la leggerezza di chi sa che la grandezza sta nei dettagli. «Non fu uno shock, il Nobel», confida. «Papà Gino, l’architetto, lo diceva sempre: “Rita avrà il Nobel”. Peccato non ci fosse più per vederlo».

La notizia arrivò via Quirinale, con Francesco Cossiga che faticava a raggiungere la diretta interessata: «Mi dissero: “Lo sa che sua zia ha vinto?”. Risposi: “No, me lo state dicendo voi”». Una normalità disarmante, per una scoperta – l’NGF, il fattore di accrescimento della fibra nervosa – che ha cambiato la neurologia.

Poi c’è il 2001, Carlo Azeglio Ciampi, la nomina a senatrice a vita. «La politica le dava preoccupazioni, non eccessive. Noi anziani eravamo abituati a esempi diversi», dice Piera con un velo di malinconia che non spegne l’ottimismo. «Penso a ciò che succede in Israele. A Rita non piacerebbe. Già allora ce l’aveva con l’attuale premier. Diceva: la scienza si controlla, l’uomo col megafono che trascina milioni no».

Oggi, al Policlinico Gemelli, il professor Antonio Chiaretti lo conferma: «Il lungo viaggio dell’NGF riserverà ancora grosse soddisfazioni cliniche». Zia Rita, dal suo microscopio, continua a guardare avanti. E noi, con lei.

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