Adriano Giannini: 'Ero la voce di Brad Pitt, ora distruggo l'immagine di un marito perfetto'

Adriano Giannini: 'Ero la voce di Brad Pitt, ora distruggo l'immagine di un marito perfetto'

Due film in corsa al Festival di Venezia — L'estranea di Strippoli, scelto come rappresentante italiano agli Oscar, e Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis. L'attore figlio d'arte: 'Molti uomini non hanno il vocabolario emotivo per la fragilità', e svela il suo prossimo progetto da regista.

Venezia lo ha voluto in due competizioni, e Adriano Giannini non ha perso tempo a nascondersi dietro il ruolo. Nel thriller psicologico L'estranea, in uscita l'8 ottobre per 01, interpreta Walter, marito di Anna (Jasmine Trinca): un uomo che sembra avere tutto, finché la "straniera" del titolo (Valeria Bruni Tedeschi) non inizia a smontare il castello di una famiglia perfetta. Parallelamente, porta in Lido Ritorno a Buenos Aires, il dramma di Marco Bechis su un sopravvissuto dei lager. «Paolo Strippoli è giovane, talentuoso e follemente coraggioso — dice subito, senza mezze misure. Ha un immaginario forte che sa mettere in scena. Sono felice che L'estranea sia stato scelto per rappresentare l'Italia agli Oscar: è piaciuto molto all'estero, premiato a Toronto. Speriamo che il pubblico lo ami».

Il ruolo di Walter è quello che più lo tormenta. «È un uomo tutto di un pezzo? Al contrario: il contatto con la propria fragilità lo manda in crisi. Vive ancorato all'immagine che si dà di sé, della propria famiglia, e quando quella crolla crollano anche i pilastri su cui è costruito. Si scompone abbastanza velocemente». Giannini non ha dubbi: «Ce ne sono molti, di questi uomini. Hanno costruito se stessi e le famiglie su una postura di forza e successo. In quella classe sociale e culturale la fragilità non si mette in discussione, non si affronta, non si condivide. Non c'è nemmeno la possibilità di entrare in quel territorio. Oggi tanti uomini non hanno nemmeno il vocabolario emotivo per certe debolezze, non hanno strumenti per dialogare con se stessi».

Prima di essere l'attore che conosciamo, però, è stato l'operatore per undici anni. Il primo film come attore è del 2001, Alla rivoluzione sulla due cavalli di Sciarra, ma ha lavorato con nomi del calibro di Sorrentino, Soderbergh, Moretti, Sollima. «Mi è servito tutto — risponde, pragmatico. Undici anni sui set mi hanno insegnato a creare il territorio giusto per il rapporto con il regista e la troupe. Servono empatia e fiducia per lavorare bene». Figlio d'arte, cresce in mezzo al cinema ma più da operatore che da attore: i genitori si separano presto, vive con la madre, doppiatrice. «Ho avuto una formazione molto tecnica — racconta. Ho diretto cortometraggi e ora sto lavorando a un mio film. La regia è un approdo naturale: ho l'esperienza per mettere insieme campo e controcampo. La storia è pronta, ci sto lavorando, non vedo l'ora di iniziare».

E poi c'è il doppiaggio, quello che gli ha permesso di "diventare" altri: «All'inizio avevo timore, una sindrome dell'impostore. Ho fatto una vera gavetta: bussavo alle porte dei direttori del doppiaggio, mi guardavano come per dire 'lascia stare, pensa a tua madre e tuo padre, lascia perdere'. Ma ho insistito. Ho prestato la voce a Joaquin Phoenix, Brad Pitt, Benicio Del Toro». E qui aggiunge, senza peli sulla lingua: «Diciamola bene: sono loro che mi hanno prestato la faccia. Sono attori giganteschi, una fortuna per me».

La domanda inevitabile: un film con il padre Giancarlo? «Magari sarebbe bello — risponde con un sorriso. Di recente gli ho detto che cercavo una storia, mi ha portato in cantina un sacco di sceneggiature dei grandi nomi con cui ha lavorato lui. Un vero tesoro. Ma no, la mia storia non l'ho pescata in quei cassetti».

Sulla scelta di portare due film a Venezia: «Persino troppo, scherzo — ride. Sono quasi diventato vice sindaco del Lido. Ma bello, soprattutto perché sono due progetti che amo. Film completamente diversi, ma trovo punti di contatto tra Walter e Mariano Guerra, il personaggio di Bechis. Entrambi riguardano colpa e vergogna, in modo diverso. Nel film di Marco, il personaggio ha una colpa che si è insediata nei trent'anni successivi ai due anni passati nel campo di detenzione: il solo fatto di essere sopravvissuto lo sente come colpa. E nei trent'anni successivi tiene dentro la vergogna per quello che ha vissuto. La vergogna è qualcosa che ti accompagna nella vita, incalcolabile e indicibile».

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