Renato Zero compie 76 anni: l'omaggio del padre poliziotto e l'origine di un nome che vale "zero" (e 55 milioni di dischi)
ROMA – Settantasei candeline, sei decenni consecutivi in vetta alle classifiche e un record imbattuto: oltre 55 milioni di dischi venduti in Italia. Renato Zero, al secolo Renato Fiacchini, festeggia oggi il compleanno da protagonista assoluto della musica leggera nazionale, l'unico artista ad aver conquistato la numero uno in sei decadi diverse.
Ma dietro l'icona glamour, i costumi scintillanti e il rapporto viscerale con i «sorcini» – lo zoccolo duro del suo pubblico – c'è una genesi fatta di normalità romana e di un'intuizione lessicale nata per caso. Nato a Roma il 30 settembre 1950 da Domenico, poliziotto, e Ada Pica, il giovane Renato crebbe in una cooperativa abitativa per forze dell'ordine: 136 famiglie, un microcosmo di divise e regolamenti.
L'episodio fondativo della sua libertà espressiva risale agli esordi. Sorpreso dal padre con un fagotto contenente boa di piume e tutine di lurex destinati al palcoscenico, il giovane Fiacchini temette la reazione severa del genitore. La risposta di Domenico Fiacchini fu invece una lezione di moderna tolleranza: «Non hai più bisogno di nasconderti, vestiti come vuoi, da domani esci così». Una frase che suona come un manifesto anticipatore, pronunciata in un contesto – quello della Roma bene degli anni Sessanta – dove la diversità era spesso sinonimo di scandalo.
Il salto dal cognome anagrafico al nome d'arte avvenne poco dopo, sull'onda di un insuccesso commerciale. Il primo 45 giri, «Non basta, sai/In mezzo ai guai», vendette una ventina di copie: «Tante quanti erano i parenti», ironizza lui. Fu Gianni Boncompagni, produttore del secondo lavoro, a imporre la svolta: «Fiacchini non va bene». La replica fu immediata, matematica e definitiva: «Fiacchini è fiacco, vale poco, vale zero». «Ecco, ti chiamerai Renato Zero», chiuse Boncompagni.
Da quella «valenza zero» è partita una carriera che ha trasformato il nulla in tutto: un artista che ha fatto dell'eccentricità una grammatica condivisa, dell'emarginazione un palco centrale e della provocazione un mestiere. Oggi, a 76 anni, il «piccolo grande uomo» della musica italiana continua a riempire gli stadi, dimostrando che quel nome, scelto per sbeffeggiare la propria debolezza, era in realtà una profezia: zero come punto di partenza, infinito come traguardo.