James Franco e il «fuoco» di Hollywood: «Il teatro è la mia corda tesa, Roma la mia casa»
ROMA — C’è un attore che entra in scena e non recita: cammina su un filo sospeso tra l’ombra di Robert Blake e la luce abbagliante di Hollywood. James Franco, 46 anni, lo stesso dell’autore di questo pezzo, porta all’Ambra Jovinelli «Desert Film» (dal 29 settembre al 4 ottobre, sottotitoli in italiano), uno spettacolo che non è solo teatro, ma un atto d’amore e di esorcismo. Diretto a quattro mani con Peter Gold e interpretato accanto a Blaine Kern III, il lavoro nasce da un’ossessione: quella per Michael James Gubitosi, in arte Robert Blake, il detective Baretta che finì nel buio di un processo per l’omicidio della moglie, assolto ma spezzato.
«Hollywood è una droga», dice Franco con la calma di chi ha guardato l’abisso e ha scelto di non cadere. «Non è una critica, è un ritratto: qualcuno ama quel calore fino a bruciarsi». Eppure, parlando con lui, si sente solo passione, non cinismo. L’attore-regista di Palo Alto — che in Italia ha già girato «Hey Joe» con Claudio Giovannesi — trova nel palcoscenico l’antidoto: «A teatro sei su una corda tesa davanti al pubblico. Quell’adrenalina rende tutto più vero, più vivo».
La sua Italia non è una cartolina: è una comunità creativa che «rispetta e sostiene le arti». Ama Matteo Garrone («mi ispira, gli voglio bene»), frequenta il Cinema Troisi e ha i suoi riti a La Matriciana e Dal Bolognese. La lingua? «Si trova sempre una soluzione: o parlo io in italiano, o ci sono i sottotitoli».
In «Desert Film» non c’è solo la tragedia di Blake. C’è la domanda che Franco si fa da una vita: cosa significa essere attori? «Amare il cinema è la mia vita. Farne un Dio è pericoloso». E allora lui sceglie il teatro, la corda tesa, il contatto diretto. E sceglie Roma, dove torna sempre volentieri, portando storie che scottano ma non bruciano. Perché, in fondo, la sua è una storia di speranza: si può guardare l’abisso e decidere di danzarci sopra.