Eva Henger: "Mia madre, la schizofrenia e quel tumore che me l'ha portata via. Oggi le darei il mondo per un solo giorno insieme"

ROMA - C'è una luce diversa nello sguardo di Eva Henger quando parla di sua madre. Non è la luce dei riflettori dello studio di "La Volta Buona", dove Caterina Balivo l'ha accolta ieri pomeriggio. È una luce più antica, più profonda: quella della gratitudine che fiorisce persino nei terreni più aridi.

L'attrice e showgirl ungherese, naturalizzata italiana, ha ripercorso a cuore aperto un'infanzia segnata dal caos di una mente materna che «faceva scenate assurde» e che, quando Eva aveva appena nove anni, ricevette un nome clinico: schizofrenia paranoide. «Ero felice», confessa con un sorriso che spiazza. «Finalmente potevo dare un nome a quelle cose terribili che succedevano. La diagnosi mi ha ridato un barlume di serenità».

È un paradosso solo apparente, quello di una bambina che diventa «la mamma di sua mamma», costretta a cucinare, a gestire i ricoveri, a restare quando tutti gli altri – even la sorella – «scappavano via». Ma Eva non usa la parola vittima. Usa parole come "tenerezza", "amore", "onore". "È stato difficile, ma lei era sempre mia mamma e io, oggi, darei tutto per vivere ancora un giorno con lei".

L'equilibrio faticosamente conquistato si è spezzato tre anni fa con una seconda diagnosi, ancora più crudele: tumore al pancreas. Eppure, anche nel racconto degli ultimi mesi, Henger scova l'oro. "Dopo l'operazione abbiamo passato un anno e mezzo bellissimo. Lei era lucida, io ero contentissima". C'è spazio persino per un aneddoto che sa di vita vera, di quelle fughe improvvise che tengono col fiato sospeso: la madre sparisce per tre giorni alla vigilia di una chemio, la ritrova da un'amica. "Non è stato facile ma, ripensandoci, è stato bello".

Lo studio esplode in un applauso lungo, commosso. Non per pietà, ma per riconoscimento. Quello di Eva Henger non è un racconto di sopravvivenza, è una lezione di sguardo: la capacità di custodire la bellezza anche dove la vita ha inflitto le ferite più profonde. "La malattia me l'ha portata via", conclude lei, "ma l'amore non se l'è portato nessuno. Quello resta mio per sempre".

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Logo di CafféBook.it
CaffèBook
Panoramica privacy

Il seguente pannello ti permette di personalizzare le impostazioni relative al consenso all’utilizzo di cookie o di qualsiasi altra tecnologia di identificazione impiegata direttamente da noi o da terzi. Per saperne di più, controlla la descrizione di ogni categoria e la cookie policy. Potrai rivedere e modificare le impostazioni in qualsiasi momento.