Traviata, Cavani è già leggenda: verso le 100 repliche, applausi a scena piena

È arrivata come stella, ma in Traviata le protagoniste sono tre. La protagonista annunciata è la soprano statunitense Nadine Sierra, attesa al Teatro alla Scala per la messinscena di Liliana Cavani, in scena fino al 15 ottobre. Le vere regine della serata, però, sono state la regista novantatreenne, il direttore Michele Gamba e Boris Pinkhasovich, grande baritono protagonista del ruolo di Giorgio Germont.

Gli applausi, durati circa dieci minuti, hanno accolto una regia nata nel 1990 e ormai prossima al traguardo delle 100 repliche. Il capolavoro cavaliano è il secondo allestimento più longevo della storia della Scala, dietro la Bohème di Franco Zeffirelli, arrivata a 235 rappresentazioni. Con la sua quieta precisione di colori, oggetti e movimenti, la Traviata di Cavani resta un modello di teatro di repertorio: accessibile, leggibile, capace di parlarsi anche a distanza di decenni.

Sierra ha confermato la cupezza penetrante del suo timbro, ma ha lasciato emergere acuti talvolta spigolosi e una tendenza ad allargare ogni tempo disponibile: dai finali di frase alle triple corone su «gioia» e «follie». Contro queste dilatazioni, Gamba ha costruito un gioco di contrasti ricco di idee, oppondovi irruzioni esplosive, soprattutto nelle scene di massa. Il Coro ha retto con sorprendente leggerezza, sostenuto da intarsi strumentali finissimi, anche nel semplice e memorabile sorso dell’oboe che introduce «Dite alla giovine».

La soprano, comunque, ha mostrato doti attoriali spontanee e naturali. Violetta cresce insieme alla tragedia: da bellezza spavalda a donna devastata. Si riconoscono il suo «Ah! taci!» spezzato in un singhiozzo e, nel finale, la disperata ricerca dello sguardo prima di «Tutto finì».

A fronte di un Alfredo abrasivo e privo di incanto, il resto del cast ha offerto una prova solida: Carlotta Vichi, Mariapaola Di Carlo, Francesco Pittari e Gianluca Failla, oltre al Barone di Fabrizio Beggi. Al centro della scena, però, è stato Boris Pinkhasovich. Fior di baritono autentico, saldo e nobile come già nella Lucia di Lammermoor di luglio, qui si è confermato ancora migliore. La sua compostezza ha generato una tensione continua, persino nel nitore delle mezze voci con cui ha attraversato il duetto con Violetta. Toccanti i pianissimi sugli acuti di «Dio m’esaudì». La cabaletta «No, non udrai rimproveri» ha poi saputo suggerire una riconciliazione autentica, quasi sussurrata.

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