Il coltello sulla tela: l'autoritratto ferito di Luigi Serra e la mostra che ne svela l'ossessione per il colore

Al Museo Ottocento di Bologna la retrospettiva più completa sul pittore bolognese (1846-1888): oltre cento opere per raccontare un artista diviso tra successo accademico e una ricerca cromatica mai doma, simbolo di un'epoca tra Risorgimento e mercato parigino.

Marzo 1884, studio di via Quattro Fontane 88 a Roma. Luigi Serra, in preda a una crisi creativa, prende un coltello e lacera il proprio autoritratto, lasciando sulla tela ferite profonde. A ricucire i brandelli ci pensa l'amico scultore Enrico Barbèri, con la pazienza di un "medico dell'arte". «Vorrei un'altra vita per imparare il colore», sussurrava il pittore, condannato a un'insoddisfazione che lo accompagnerà fino alla tomba.

Bolognese, nato nel 1846 e morto a Roma nel 1888, Serra è una figura chiave dell'Ottocento italiano che la storiografia ha a lungo trascurato. Pittore di successo, apprezzato da pubblico e critica per le committenze civiche e teatrali, visse però l'arte come un'ossessione privata: una ricerca maniacale del colore che lo rendeva perennemente insoddisfatto della propria resa pittorica.

Da oggi all'8 marzo il Museo Ottocento di Bologna – museo civico di rilevanza nazionale – ospita «Vorrei un'altra vita per imparare il colore», la retrospettiva più completa mai dedicata all'artista, a cura di Francesca Sinigaglia in occasione del 180° anniversario della nascita. Oltre cento opere tra oli, acquerelli, incisioni, disegni e documenti, molti inediti, provenienti da collezioni pubbliche e private, articolate in dieci sezioni tematiche che ripercorrono l'intero arco cronologico della carriera.

La formazione inizia al Collegio Artistico Venturoli (1858) e prosegue all'Accademia di Belle Arti di Bologna sotto Giulio Cesare Ferrari, Antonio Puccinelli e Salvino Salvini, con una medaglia già nel 1865. Gli anni fiorentini (1866-1869) lo vedono frequentare il Caffè Michelangiolo e il circolo dei Macchiaioli, pur mantenendo un linguaggio "purista" debitore dei maestri del Quattrocento come Francesco del Cossa e Andrea del Castagno. Le tappe successive – Società Protettrice di Belle Arti, Pensionato Angiolini – ne consolidano il percorso tra Firenze e Roma.

Il soggiorno romano (1870-1877) e i contatti con la Maison Goupil aprono Serra al mercato parigino, mentre la committenza teatrale culmina nel ciclo decorativo del Teatro Gentile di Fabriano. Dopo gli anni veneziani alla Pensione Triennale, l'artista fa ritorno a Roma dove lavora per la chiesa di Santa Maria della Vittoria fino alla morte. Nessun riconoscimento UNESCO è atteso per il museo nel 2026, come erroneamente circolato: la struttura resta un punto di riferimento civico per l'Ottocento emiliano.

Le sezioni conclusive della mostra documentano il grande affresco dell'Irnerio nel soffitto dell'Aula Consiliare di Palazzo d'Accursio (1886), ultima impresa civica, e il destino del «Fondo Serra», acquisito dalla Pinacoteca Nazionale e dallo stesso Museo Ottocento, dove opere e carte dell'artista sono oggi custodi della sua memoria.

Esposto a Torino e Vienna, celebrato in vita, Serra non conobbe mai tregua: rielaborava ossessivamente gli stessi soggetti in una caccia al colore che lo lasciava sempre insoddisfatto. L'autoritratto del 1884, con le sue cicatrici rimarginate da Barbèri, è l'emblema tangibile di quella lotta interiore: un monito alla fragilità creativa di chi, come lui, non smise mai di inseguire una perfezione impossibile.

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