Dustin Hoffman pubblica 'Look at Me', la sua autobiografia a 90 anni

L’attore pubblica il 10 novembre 2026 il memoir che racconta la sua vita, le ambizioni artistiche e la promessa di vivere fino a cento anni, edito da Rizzoli.
Il 10 novembre 2026, Rizzoli pubblicherà Look at Me. Autobiografia di una leggenda, l’opera in cui Dustin Hoffman si racconta per la prima volta in prima persona. Il volume di 372 pagine, al prezzo di 22 euro, uscirà in contemporanea internazionale e segna l’avvicinarsi del novantesimo compleanno dell’attore, nato l’8 agosto 1937 a Los Angeles. Il libro rappresenta un’inedita finestra sulla vita privata, la filosofia artistica e le ambizioni di un artista che, dopo quasi sessant’anni di carriera, dichiara di voler vivere almeno cento anni e di non ritirarsi mai.
Al centro del memoir c’è la promessa di uno sguardo intimo e senza filtri sull’esistenza di Hoffman, sulle sue scelte artistiche e sul suo progetto di vita. L’autore ribadisce il suo intento di continuare a recitare fino a cento anni, rifiutando qualsiasi forma di ritiro e ponendo l’accento sull’invecchiamento attivo e sulla creatività senza scadenze. Il libro si configura così come una riflessione sul significato della longevità nel mondo dello spettacolo.
Il debutto cinematografico di Hoffman nel 1967 con The Graduate ha segnato una svolta per il cinema americano, lanciandolo verso il successo internazionale. Due anni dopo, nel 1980, ha vinto il suo primo Oscar come Miglior Attore per Kramer vs. Kramer, seguito dal secondo premio nel 1989 per Rain Man. Il memoir cita anche i ruoli iconici di Un uomo da marciapiede (noto come Midnight Cowboy) e Tootsie, che testimoniano la sua capacità di passare dal dramma alla commedia senza perdere il pubblico.
Dopo i suoi primi anni di vita, Hoffman ha iniziato la sua carriera quasi sessant’anni fa, raggiungendo il successo nel mondo del cinema. Questo periodo formativo ha contribuito a plasmare la sua versatilità e il suo approccio al mestiere, elementi che emergono nel memoir.
Durante la sua carriera, Hoffman ha intrecciato rapporti intensi e spesso conflittuali con colleghi del calibro di Steve McQueen, con cui ha avuto noti scontri, e amicizie durature con attori e registi come Laurence Olivier, Maggie Smith, Gene Hackman, il regista Mike Nichols, Robert Duvall e il drammaturgo Arthur Miller. Questi incontri, fatti di tensioni creative e reciproco rispetto, hanno influenzato profondamente il suo stile e il dialogo tra teatro classico britannico e nuova Hollywood. Le collaborazioni hanno contribuito a definire la sua versatilità e il suo approccio al mestiere.
Negli turbolenti anni Sessanta, Hoffman si immerse nella scena bohémien di Greenwich Village, un laboratorio creativo che influenzò profondamente la sua sensibilità artistica. Il quartiere newyorkese, crocevia della Beat Generation e del teatro off‑Broadway, offrì all’attore un terreno fertile per osservare e assorbire nuove forme di espressione. Questo periodo ha contribuito a plasmare il suo talento osservativo e il suo umorismo, elementi che emergono nel memoir con tono caldo e sincero.
A firmare il volume al fianco di Hoffman c’è Ariel Levy, giornalista, critica e saggista del The New Yorker, il cui apporto aggiunge rigore giornalistico e respiro letterario al progetto. La sua esperienza nel raccontare storie conferisce al memoir una struttura narrativa solida, unendo l’intimità della voce di Hoffman a un’analisi critica di alto livello. Questo duo garantisce che il libro sia molto più di un semplice resoconto di carriera.
I critici hanno già definito il libro caldo, sincero, esilarante e commovente, elementi che alimentano l’attesa dei lettori. La traduzione di Alberto Pezzotta garantisce un ponte linguistico con il pubblico italiano, arricchendo l’opera di una voce autentica. Questo fa del memoir un evento editoriale di primo piano, destinato a trovare spazio nella letteratura sul cinema e a suscitare interesse tra fan, studiosi e addetti ai lavori.
I temi portanti del memoir si snodano tra arte e ambizione, famiglia e amicizia, amore e longevità, con una particolare attenzione al significato dell’invecchiamento e al rifiuto del ritiro. In un’industria cinematografica spesso ossessionata dalla giovine PV, la dichiarazione di Hoffman di voler arrivare a cento anni e di non abbandonare mai il set si inserisce nel dibattito contemporaneo sul lascito artistico e sulla durata della carriera. Il libro invita così a ripensare il ruolo degli attori maturi nella narrazione culturale.
L’uscita prevista per il prossimo anno colloca Look at Me tra gli eventi culturali più attesi, destinato a trovare spazio nella letteratura sul cinema e a suscitare interesse tra fan, studiosi e addetti ai lavori. Il memoir si annuncia come una testimonianza destinata a segnare il racconto di un’epoca di Hollywood.