Marco Perego Saldana, il «protettore di culture» che ha conquistato Cannes

Dalla metro di New York alla doppia vittoria a Cannes 2024: il produttore italiano racconta il suo percorso tra radici salodiane, famiglia multiculturale e una filosofia che sfida l'individualismo del cinema nostrano.
Marco Perego Saldana, 47 anni, artista visivo e produttore nato a Salò, ha scritto una pagina di storia del cinema italiano a Cannes 2024. Le sue co-produzioni Fjord, diretto da Cristian Mungiu, e Minotaur, di Andrej Zvjagincev, hanno conquistato rispettivamente la Palma d'Oro e il Grand Prix, una doppietta che lo consacra come protagonista assoluto della scena internazionale. Il secondo film, in particolare, ha assunto una valenza geopolitica: Zvjagincev è stato successivamente dichiarato «nemico dello Stato» da Vladimir Putin per l'allegoria sul conflitto russo-ucraino celata nell'opera.
Il trionfo sulla Croisette è l'approdo di un percorso quasi eroico. Sbarcato negli Stati Uniti nel 2001 senza denaro e senza conoscere l'inglese, Perego ha vissuto anni nel sottoscala della metropolitana newyorkese. «L'idea di non mollare è stata molto importante nella mia vita», ha raccontato all'ANSA. La svolta è arrivata abbracciando il principio «proximity is prosperity»: cercato mentori, ha trasformato la rete relazionale in risorse concrete, lavorando a fianco di professionisti affermati. Un metodo che gli ha permesso di tenere, di recente, una lezione aperta all'Università Cattolica di Milano accompagnato dal figlio più piccolo.
Oggi Perego guida due progetti di alto profilo. A Roma sta girando un film co-scritto con Alex Dinelaris e diretto da Janusz Kamiński, con Valeria Golino, Isabella Rossellini e Tommaso Ragno. La storia affonda nelle radici personali: la madre del produttore nel 2004 perse la voce per tre anni a causa dell'afasia, e la protagonista Golino subisce lo stesso blocco mentre visita il figlio Lorenzo Giuggioli in America. «È un film molto contemporaneo, sull'importanza del potersi esprimere», spiega Perego. Parallelamente, a New York collabora con Luca Bigazzi per un progetto che segna la prima riunione artistica con la moglie, star della serie Lioness, dopo il cortometraggio Dovecote (2024), presentato all'81ª Mostra di Venezia e ambientato nel carcere femminile della Giudecca.
La sfera privata è specchio della sua visione professionale. Sposato con l'attrice protagonista di Lioness, Perego ha scelto di adottarne il cognome per i figli: «Ho scelto di prendere il cognome di mia moglie per i miei figli, perché siamo nel 2026, e per me il ruolo della donna è molto importante, quindi lo era altrettanto dimostrare ai miei ragazzi che le mie non sono solo parole». In un'Italia ancora legata alla tradizione patrilineare, il gesto è un atto di ribellione culturale. La famiglia — moglie latina, tre figli neri, nonni conviventi — è descritta come un «modello vivo di inclusione multiculturale».
Questa diversità domestica alimenta la sua lettura della società. «Amo molto l'Italia, però qui non ce l'avrei mai fatta, mentre l'America mi ha aiutato tantissimo», afferma, contrapponendo l'individualismo nostrano alla collaborazione d'oltreoceano: «Siamo grandissimi individualisti e non siamo bravi a fare gruppo, mentre in America le diverse culture si mettono insieme, e insieme riescono ad aprire migliaia di porte». Un contrasto che il produttore incarna anche nel silenzio strategico mantenuto dopo il post social della moglie — premio Oscar — a commento della vittoria democratica alle presidenziali Usa 2024: lei esprime fiducia, lui sceglie la neutralità, offrendo una plastica rappresentazione delle complesse dinamiche della politica dei vip.
Chiude il cerchio la sua definizione identitaria: «Non mi definisco un produttore, ma un protettore di culture». Non solo finanziatore creativo, dunque, ma custode di voci che il cinema mainstream rischia di soffocare. Dalla metro di New York alla Palma d'Oro, Perego dimostra che la persistenza, la prossimità ai talenti e la difesa della diversità possono riscrivere le regole del gioco industriale, offrendo al cinema italiano un modello di internazionalizzazione che passa attraverso l'autenticità delle storie personali.