Febbre da cavallo, il film che ha reso l’ivaggismo un rito collettivo

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Il film di Steno del 1976, ancora oggi un classico del cinema italiano, ha trasformato la quotidiana miseria degli scommettitori in una farsa senza tempo, diventando oggetto di culto per generazioni.

A cinquant’anni dalla sua uscita, il 29 ottobre 1976, "Febbre da cavallo" di Steno mantiene intatto il suo fascino, cristallizzato in un’epoca ormai quasi scomparsa ma reso eterno dalla sua capacity di parlare all’anima italiana. Il film, scritto con Enrico Vanzina e Alfredo Giannetti, non è solo uno dei colpi di coda della "commedia all’italiana" vecchia scuola, ma un ritratto generazionale che ha trasformato l’ivaggismo in un fenomeno culturale.

Il film racconta di due scommettitori cronici, Bruno Fioretti detto Mandrake (Gigi Proietti) e Armando Pellicci detto Er Pomata (Enrico Montesano), che, pur di inseguire il colpo grosso, sostituiscono il pronostico con la follia. Inciuciano, mentono, coinvolgono amici e parenti in truffe e catastrofi finanziarie, convinti che la fortuna arrida loro al tentativo successivo. La trama, pur semplice, è servita da spunto per una serie di gag indimenticabili: dal momento in cui la fidanzata di Mandrake, Gabriella (Catherine Spaak), gli affida soldi per una tris impossibile – che i due non giocano, ma che si rivela vincente – fino al loro piano più assurdo, quello di truccare dall’interno una corsa del Gran Premio degli Assi. Niente, però, va come previsto.

La sceneggiatura, ricca e arguta, regala ai due protagonisti una coppia dalla perfetta alchimia: Proietti con il suo istrionismo, la mimica e una (finta) disperazione da commedia dell’arte; Montesano che lo affronta con una fisicità sfacciata e un’incontenibile popolanità. A fare da corredo, un cast di comprimari di alto livello: Francesco De Rosa (complice pavido), Catherine Spaak (incarnazione del buon senso femminile), Mario Carotenuto, Gigi Ballista, l’eterno Ennio Antonelli nella parte-cult del macellaio "Manzotin", Marina Confalone e soprattutto l’indimenticabile Adolfo Celi, giudice anch’egli affetto da "febbre da cavallo", che durante il processo a Mandrake mette in discussione la paternità del cavallo Piripicchio.

Il film vive delle sue battute diventate patrimonio comune, di un romanesco che è un’autentica filosofia di vita e di dialoghi che i fan conoscono a memoria. La colonna sonora, firmata da Franco Bixio, Fabio Frizzi e Vince Tempera, con il suo mix di marcetta e slapstick, ha contribuito a renderlo un simbolo. La forza "interna" della storia ricorda a ogni spettatore che chiunque può riconoscersi nella speranza di una vincita miracolosa, ma soprattutto nell’ostinazione di sbagliare sapendo di essere in dolo.

Mandrake e Pomata diventano così perdenti irriducibili, archetipici e cronici (come ribadisce l’ultima sequenza in cui vengono puntualmente fregati da un ambulante nel gioco delle tre carte). Sono più vivi e sanguigni di tanti grigi "vincitori" e, senza redenzioni, ricordano che una delle caratteristiche più radicate negli italiani è quella di trasformare le catastrofi in storie da raccontare con un sorriso.

Al suo uscita il film non fu subito un monumento, ma il passaparola, le numerose proiezioni televisive e l’affetto del pubblico romano (e degli appassionati di corse, ritratti con evidente cognizione di causa) lo resero progressivamente un classico. Un classico che, a mezzo secolo di distanza, sopravvive al sequel fuori tempo massimo del 2002 ("Febbre da cavallo – La mandrakata" di Carlo Vanzina), incapace di rinnovare il fascino dell’originale. Perché certe corse, nella vita e al cinema, si vincono una volta sola.

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