177 giorni nel buio: la Rai racconta il sequestro del bambino di Porto Cervo. "Due Sardegne che non si parlano"
ROMA - Andrà in onda sabato 16 novembre su Rai1 "177 Giorni. Il rapimento", la serie diretta da Carlo Carlei che riporta sotto i riflettori una ferita ancora aperta d'Italia. Quella di Farouk Kassam, strappato a 7 anni dalla villa di famiglia a Porto Cervo il 15 gennaio 1992. Centosettantasette giorni nelle mani dei sequestratori, nell'entroterra sardo, tra il fango e il silenzio. Fino all'orrore dell'orecchio tagliato, spedito ai genitori come prova di vita.
Presentata ieri alla Festa del Cinema di Roma, la fiction (prodotta da Rai Fiction e Bim Produzione) non è solo vero crime. È uno schiaffo in faccia a un Paese che guardava in tv e non capiva. O non voleva capire.
Protagonisti Marco Bocci e Antonia Desplat nei panni di Fateh e Marion, i genitori. Il piccolo Filippo Papa è Farouk. Oggi quell'uomo di 42 anni gestisce l'hotel di famiglia, il Luci di la Muntagna. "È un modo per affrontare quello che ho vissuto", dice. "Anche per crescere e guardare in faccia le paure".
La serie parte dal libro del padre, "Mio figlio Farouk. Anatomia di un rapimento" (scritto con Marco Corrias). Sceneggiatori Lea Tafuri, Antonio Manca, Vincenzo Marra. Hanno scavato nel primo sequestro mediatico della storia italiana: giornalisti accampati davanti al cancello, dirette tv, fake news sparate a caso (tipo che il bimbo fosse nipote dell'Aga Khan), blitz falliti, la legge anti-sequestri che bloccava i beni delle famiglie vittime.
E poi lui: Graziano Mesina. Il bandito più famoso di Sardegna, dentro le trattative con ruoli mai chiariti. Annunciò la liberazione al Tg1 ore prima, parlando di pagamento. La versione ufficiale dice: nessun riscatto. Farouk fu liberato l'11 luglio 1992 nella valle del Cedrino. Tre mesi dopo arrestano Matteo Boe, condannato a 30 anni. Ma i punti neri restano tanti.
Carlo Carlei lo dice chiaro: "Qui non c'è Nord contro Sud. C'è la Costa Smeralda, i miliardi, le ville. E c'è la Barbagia, la povertà, l'abbandono. Due mondi che si guardano ogni giorno e non si parlano. Questo campo e controcampo è la struttura della serie".
Un regista che nel '92 aveva già raccontato un rapimento in "La corsa dell'innocente". "Il fil rouge è l'infanzia violata", spiega. "Sempre".
La serie non dà risposte definitive. "Lasciamo che siano gli spettatori a farsi un'idea", dicono gli autori. Giusto. Perché chi ha pagato davvero, chi ha trattato, chi ha taciuto - sono domande che l'Italia si porta dietro da 32 anni. E a pagare, come sempre, è stato un bambino.