Melania Rea, la serie HBO che restituisce una vita al di là del delitto: "Non voltatevi dall'altra parte"

ROMA – Quindici anni dopo l’omicidio che sconvolse l’Italia, Melania Rea torna a parlare. Non attraverso le carte processuali o i titoli dei telegiornali, ma con la voce di una fiction che sceglie di guardare prima la donna, poi la vittima. «Melania Rea – Oltre il caso», la serie Original HBO in quattro episodi in onda dal 6 novembre (sigla firmata da Big Mama), presentata alla Festa del Cinema di Roma, ribalta la prospettiva del true crime: niente inchiesta a ritroso, niente suspense sul colpevole – Salvatore Parolisi, condannato definitivamente a vent’anni – ma il racconto di una relazione che si incrina fino alla tragedia.

«Quando giravamo continuavo a sperare di poter cambiare il finale», confessa il regista Stefano Mordini, già autore de «La scuola cattolica». «È una sciocchezza, lo so, ma entrando nella sua vita ho scoperto le sue gioie, non solo la morte. Lei non conosceva il suo destino, e io sentivo l’urgenza di regalarle almeno sullo schermo un epilogo diverso». Quell’urgenza nasce da un’immagine rimasta impressa per anni: il bosco di Ripe di Civitella dove fu ritrovato il corpo, «una sorta di quadro lynchiano che la tv ci aveva consegnato come un’icona di cronaca nera». Mordini voleva togliere Melania da quell’icona e rimetterla nella sua quotidianità: le risate con la figlia, la fatica di un matrimonio che si fa possesso, i segnali che la cronaca aveva ignorato.

Il risultato è un lavoro «drammaticamente attuale», come lo definisce lo stesso regista: «Parolisi non accetta di essere lasciato, per lui è un’umiliazione che ferisce l’ego. È uno dei meccanismi classici della violenza di genere, e il fatto che il femminicidio di Melania abbia preceduto di due anni il decreto del 2013 non è un caso». A incarnare quell’uomo è Daniele Rienzo, che per quattro mesi si è isolato in casa: «Niente uscite, lavoro su fisico, sonno, letture. Ho cercato di svuotarmi dell’ego per non giudicare, solo per capire». Dall’altra parte c’è Maria Esposito, che dopo la Rosa Ricci di «Mare Fuori» trova qui una «vera liberazione»: «Da una che combatte il mondo con la violenza a una che la subisce. Ho messo tutta la mia umanità, mi sono affidata ai sentimenti e al lavoro con Stefano. Ho conosciuto la famiglia, ma non abbiamo parlato di Melania: l’ho sentita mia».

Il cast si completa con Michela Cescon nei panni del pm, figura che «dimostra una sensibilità maggiore rispetto agli altri», nota Mordini. La famiglia Rea ha collaborato alla produzione (Stand By Me per HBO Max) e, durante la presentazione romana, Michele Rea ha letto un messaggio che suona come un testamento civico: «Dietro lo schermo c’è una realtà che non si cancella. Un vuoto che nessuna parola colma. Chiedo a chi vedrà la serie di non considerare quella di Melania soltanto una storia da guardare, ma una vita da ricordare e una lezione da custodire. Non sottovalutate mai i segnali della violenza: nessuna forma di amore può diventare possesso, nessuna relazione può togliere la libertà e il diritto di vivere. Melania non deve essere ricordata per come è morta, ma per il diritto che aveva di continuare a vivere».

Un monito che trasforma la serie in qualcosa di più di un prodotto d’intrattenimento: un atto di giustizia narrativa, un invito a guardare oltre il caso per vedere la persona. E, forse, a salvare la prossima Melania prima che sia troppo tardi.

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