L'isola del tesoro: dalla mappa disegnata dal bambino alla serie di Ridley Scott, la leggenda di un'avventura senza tempo

Il 12 ottobre debutta su Paramount+ una nuova serie tv in sei episodi, con David Oyelowo nei panni di Long John Silver e Hayley Atwell in quelli di Bess Hawkins, la madre di Jim. Nel 2027, invece, un kolossal diretto da Ridley Scott e interpretato da Hugh Jackman, Hugh Grant e Owen Cooper arriverà nelle sale. Entrambe le produzioni riaccendono il fuoco di un classico che ha celebrato i suoi 150 anni proprio mentre il cinema e la televisione lo riscoprono, dimostrando che una storia nata da un semplice schizzo su un foglio sa ancora come conquistare i cuori di nuove generazioni.

Ma le radici di questa avventura affondano in un disegno fatto da un bambino nel 1881. Robert Louis Stevenson, scrittore scozzese poco più che trentenne, trascorreva le sue giornate a disegnare con il figlio del secondo marito della madre, il dodicenne Lloyd Osbourne. Un pomeriggio,Stevenson decise di liberare la sua fantasia dalla gabbia della razionalità adulta e tracciò la mappa di un'isola immaginaria. «La sua forma mi affascinò oltre ogni limite», scriverà anni dopo. «Conteneva porti che mi piacevano come sonetti; e con l'inconsapevolezza del predestinato, intitolai la mia performance L'isola del tesoro». Da quel disegno iniziò a districarsi il filo di una storia, e Stevenson prese alcuni fogli e abbozzò un elenco di capitoli: non era la prima volta che tentava di scrivere un romanzo, ma questa volta ce la fece davvero.

Quella storia, pubblicata a puntate sulla rivista britannica per ragazzi Young Folks tra il 1° ottobre 1881 e il 28 gennaio 1882 sotto lo pseudonimo di Captain George North, fu inizialmente accolta con silenzio. «Il romanzo non attirò la minima attenzione», ammetteva l'autore. Solo nel 1883, con la pubblicazione in volume da parte dell'editore londinese Cassell & Company, il libro trovò il suo pubblico e divenne un pilastro della letteratura d'avventura.

Stevenson, nato a Edimburgo nel 1850 da una famiglia di ingegneri specializzati nella costruzione di fari, sembrava destinato a seguire le orme del padre, Thomas Stevenson. Iscrittosi all'Università di Edimburgo a sedici anni per studiare legge, ottenne l'abilitazione nel 1875 ma non esercitò mai la professione forense. La sua vera passione era la scrittura, un'arte che coltivò con uno stile bohémien – capelli lunghi, cappello a tesa larga e giacca di velluto – ben lontano dalle convenzioni della sua classe sociale.

La sua creatività, tuttavia, non era un processo razionale. Stevenson credeva che i personaggi potessero nascere da una sorta di «intervento chirurgico psichico», prendendo forma da frammenti di persone reali limati dalla fantasia. Non a caso, molti elementi del suo romanzo ricordavano le pagine di Washington Irving, scrittore americano che Stevenson aveva letto anni prima senza rendersene conto.

La trama – ormai universalmente nota – ruota attorno a Jim Hawkins, un ragazzo che vive con i genitori in una locanda sulla costa inglese e scopre una mappa che indica il luogo dove il leggendario pirata Capitano Flint ha nascosto un immenso tesoro. Un viaggio in mare con il dottor Livesey e il nobiluomo John Trelawney si trasforma in un'avventura ricca di tradimenti e alleanze inaspettate, guidata dalla figura carismatica e ambigua di Long John Silver, il cuoco dalla gamba di legno.

Oggi l'eredità di quell'isola disegnata su un foglio va ben oltre le pagine. La sua geografia fantastica ha contribuito a plasmare l'immaginario collettivo dei pirati, influenzando cinema, letteratura e persino videogiochi. La mappa, scrisse Stevenson, «era la parte principale della mia trama. Potrei quasi dire che era l'intera trama». Quel disegno è diventato il codice genetico di un'avventura che continua a reinventarsi, adattandosi a ogni epoca.

Le nuove serie e il film segnano l'ennesimo atto di questa rinascita. La serie di Paramount+, diretta da Bruno Heller, offre una rilettura fresca e inclusiva del classico, mentre il film di Ridley Scott promette un'epica visiva che unisce il glamour di Hollywood alla grandiosità tipica dei blockbuster. Entrambi i progetti affidano le parti cruciali ad attori di fama internazionale, dimostrando che Stevenson, morto oltre un secolo fa, continua a essere una miniera d'oro per gli storyteller contemporanei.

La lezione che emerge dalla storia di Stevenson è semplice ma potente: la creatività nasce spesso dall'infanzia, dalla capacità di guardare il mondo con occhi liberi da preconcetti. Nella nostra era dominata dalla tecnologia, il monito dell'autore scozzese ci ricorda che un foglio e un po' di inchiostro possono ancora essere gli strumenti più potenti per costruire mondi, ispirare masse e, forse, cambiare il corso di un'intera cultura.

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