Martignano: l'eco di cinque secondi che cambia Virzì

Sotto la superficie calma di Martignano, dove l'acqua specchia il cielo di un settembre che sta per chiudersi, Paolo Virzì rivela l'attimo che ha dato vita al suo film più intenso degli ultimi tempi. "Cinque secondi" non è solo un titolo, ma il respiro trattenuto di un lago che, per pochi attimi, ha illuminato l'anima dell'autore toscano, portandolo all'apice emozionale di un'opera già considerata tra le più toccanti dell'anno passato.

"Nelle acque tranquille di Martignano ho insegnato ai miei figli a nuotare", racconta Virzì, e in quelle poche righe si nasconde tutta la teatralità di un'esistenza che scorre tra ferie d'agosto e il napoleonico esilio all'Isola d'Elba, ma che trova nella stillicidio di un lago il suo momento più silenzioso eppure più urlato. Il regista ammette di non conoscere il lago d'Iseo, ma il desiderio di scoprirlo è già scritto nel suo sguardo da pragmatico sognatore.

Stasera, 26 settembre, Virzì sarà al Teatro Crystal alle 21 per presiedere la giuria di CortoLovere, la rassegna diretta da Gianni Canova alla sua 28ª edizione. L'incarico gli calza a pennello, visto che il presidente di giuria ha già dimostrato di saper vedere oltre l'ovvio: nel nuovo libro "Un popolo di ombre" Canova gli ha dedicato un capitolo intero, descrivendo Dino Ossola, l'immobiliarista brianzolo interpretato da Fabrizio Bentivoglio nel "Capitale umano" di Virzì, con una tale precisione che il regista ha commentato sorridendo: "Gianni, l'hai raccontato talmente bene che sembra l'abbia scritto io".

Il rapporto di Virzì con il formato breve è segnato da un misto di nostalgia logica e distacco realistico. Da spettatore, i cortometraggi non hanno segnato la sua formazione giovanile, sostituiti da episodi racchiusi nei lungometraggi – pensi a Fellini o Monicelli – ma un ricordo rimane netto: "Silhouette", firmato da un giovane Matteo Garrone, promesse mantenute. Anche lui ha diretto brevi esercizi al Centro Sperimentale di Cinematografia a Livorno, lavori dilettanteschi che però gli hanno permesso di esplorare la materia del cinema in forme ridotte. I finalisti di CortoLovere, che si accinge a giudicare, gli appaiono già oggi ricchi di un potenziale che meriterebbe di essere coltivato.

Non sfugge l'ironia di una carriera che, pur passando da Venezia a Cannes, da Tribeca a Toronto, fatica a essere etichettata come "festivaliera". "A chi, come me, viene definito un autore di commedia, capita da sempre di dover alzare recinzioni inutili", osserva con realismo pragmatico. Il cinema di Chaplin e i maestri del neorealismo gli hanno insegnato che ridere e piangere possono coesistere in un'unica, poderosa emozione. Eppure, sorride, i suoi film sono ciò che sono, e il riconoscimento non deve per forza arrivare attraverso le vetrine dei festival.

A Venezia, quasi trent'anni fa, vinse il Leone d'argento con "Ovosodo", una commedia diventata cult generazionale. La selezione di quel film suscitò scandalo, e tra i detrattori più accaniti c'era proprio Gianni Canova, che oggi, con il suo libro, chiude il cerchio: "Negli anni credo ci abbia riflettuto", dice Virzì, ridendo. Il Premio "Signora del Lago" verrà assegnato stasera a Paola Pitagora, attrice che Virzì non ha mai incontrato personalmente ma che riconosce subito nei panni di Lucia ne "I promessi sposi" o, soprattutto, nei "Pugni in tasca" di Bellocchio. "Non ho dubbi: "I pugni in tasca" è un film del cuore", dichiara con un tono che mescola reverenza e malinconia.

Virzì chiude il festival stasera, non solo come giudice, ma come testimone di come anche un solo lago, cinque secondi, possano cambiare il corso di un'intera carriera, lasciando un'ombra lunga quanto le acque di Martignano.

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