Dante Ferretti, il mago delle scenografie, svela i segreti dei grandi maestri nel suo memoir «Gli sconosciuti»
Dante Ferretti, il mago delle scenografie, svela i segreti dei grandi maestri nel suo memoir «Gli sconosciuti»
Il celebre scenografo pubblica un libro di ricordi che ripercorre i suoi anni con Pasolini, Fellini e Scorsese. «Gli sconosciuti. I miei anni con Pasolini, Fellini e Scorsese» (Rizzoli, 16 novembre) raccoglie aneddoti, riflessioni e immagini che hanno visto Ferretti passare da un carro trainato da cavalli a Macerata a tre statuette dell’Oscar: «The Aviator» e «Hugo Cabret» di Martin Scorsese e «Sweeney Todd – Il diabolico barbiere di Fleet Street» di Tim Burton.
La sua prima vittoria al cinema è un momento che Ferretti ricorda ancora con ironia: «Venivo da cinque nomination mancate. Non volevo neanche andare a Hollywood, è stato Scorsese a insistere. Per la prima volta ci avevano sistemato noi scenografi dietro le quinte. Non avevo nemmeno una sedia. Non mi ero preparato nessun discorso, dissi solo: ma che peso ha questa statuetta! Per fortuna era lucidissima, mia moglie Francesca Lo Schiavo vinse anche lei come set decorator».
Se per Pasolini Ferretti imparò a «guardare il mondo in modo nuovo, a non avere paura delle mie paure», con Fellini condivideva il legame con l’Adriatico e i rituali delle feste di paese. Il loro incontro a Cinecittà lo trasformò in «Dantino», il aiutante di scena a cui il Maestro chiedeva: «Cosa hai sognato stanotte?». Ferretti, spesso privo di sogni, inventò ricordi d’infanzia che diventarono le basi di «La città delle donne». Il regista, pur sapendo della bugia, giocava con lui, e sua moglie Giulietta Masina osservava: «Mentiva così tanto che arrossiva quando diceva la verità».
Ma è con Scorsese che Ferretti sente un’affinità maggiore: «Certi film li abbiamo letteralmente dipinti. Lui parla veloce come un Muppet e all’inizio il mio inglese non riusciva a stare dietro a tutte le sue parole. Gesticola come un italiano. In L’età dell’innocenza ricostruii la New York di fine ’800. Martin toccava tutto, i tessuti, gli oggetti, cercava la consistenza della scenografia, voleva assaporarla». L’episodio più curioso risale a «Gangs of New York», quando Tom Cruise, di passaggio sul set a Cinecittà, notò uno spazio vuoto e spiegò a Ferretti: «Voglio una chiesa lì, ma il budget è finito». Dopo aver coinvolto il produttore Harvey Weinstein, Ferretti ottenne i fondi: «La chiamai Saint Thomas in onore di Tom Cruise».
La carriera di Ferretti è stata un percorso continuo di sfide e scoperte. Dopo «Medea» con Pasolini non si separarono più: otto film insieme, fino a «Salò», girato mentre Bertolucci lavorava a «Novecento». «Ci facemmo una partita di calcio contro la troupe di Bertolucci. Perdemmo, ma ricordo la grinta di Pasolini, la sua corsa dritta e sicura».
Il ricordo più intenso è quello del delitto Pasolini: «L’avvocato Nino Marazzita mi chiese di andare all’Idroscalo di Ostia per fare foto e disegnare la scena del crimine, prendere le misure, voleva che facessi una sorta di piantina, come un poliziotto della Scientifica». E quella lezione sul tempo: «Mi permisero di dire che la scala del Decameron era del 400, mentre Boccaccio è del 300. Lui sorrise: il tempo non esiste per quelli come Boccaccio. L’artista deve andare oltre la fedeltà storica».
Oggi Ferretti guarda al futuro del cinema italiano con un misto di realismo e provocazione: «Non mi sembra ci siano grandi film, è stato un anno così, non eravamo nemmeno a Cannes e a Berlino. Il cinema italiano di ora è diverso da quello in cui sono cresciuto. Ho avuto la fortuna di lavorare con i grandi… il titolo del mio libro è un’amabile provocazione». E i candidati italiani all’Oscar 2026? «Ancora non si vede nulla, abbiamo bisogno di nuovi talenti e storie coraggiose».
Il memoir di Ferretti non è solo un’opera tecnica, ma un’indagine umana che svela come un «artigiano» possa trasformare il legno, la carta, la luce in epici paesaggi cinematografici, lasciando che ogni quadro racconti una storia più grande di sé.