Nove anni e quattro mesi di silenzio: Corinne Clery sceglie di non ricucire il rapporto con il figlio
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L’attrice Corinne Clery, ospite a *La Volta Buona* di Caterina Balivo, ha raccontato il suo dramma familiare, rifiutando ogni possibilità di perdono e riconciliazione dopo oltre nove anni di totale allontanamento dal figlio.
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L’intervista, trasmessa in un clima di cruda intimità, ha aperto con la confessione di Clery: «Non provo più rabbia, ho quasi perdonato, ma non posso cancellare quanto accaduto. Non posso ricominciare da capo con mio figlio, sarebbe la mia fine. Quando tutto ciò che ricevi sono solo sofferenze, arriva un momento in cui scatta un meccanismo di autodifesa. Ora non piango più». La scelta di chiudere ogni contatto, ha precisato, risale a nove anni e quattro mesi fa – «li conto con precisione» – e da allora la vita dell’attrice ha preso una piega completamente diversa.
Sul piano emotivo, Clery ha ammesso di aver perso il desiderio di ridere, definendo il suo obiettivo attuale «ritrovare una vita allegra, non necessariamente con un uomo o una famiglia, ma semplicemente sorridenti». Per lei, il ripristino di un legame con il figlio non rappresenterebbe una soluzione, ma un rischio ulteriore: «Se non c’è niente da fare e ricevi solo dolori, non c’è motivo di esporsi nuovamente». La sua decisione, quindi, è definitiva: «No, non c’è niente da fare». La dignità, che per anni le era stata tolta, è stata parzialmente recuperata dopo un lungo periodo di sofferenza.
Un momento di forte emozione nello studio è stato quello in cui Enzo Paolo Turchi, Coreografo e compagno di divano di Clery, ha lasciato trasparire il proprio dolore per l’abbandono subìto dal padre all’età di quattro anni, aggravato dalla perdita di due fratelli durante la guerra. «Quando ero piccolo li odiavo perché non c’era nessuno, ma oggi chiedo scusa ai miei genitori, non capivo il dolore che provavano». Turchi ha esortato la sua amica a «reset everything», ma l’attrice ha ribadito di non sentirsi in grado di farlo, «perché ho sofferto troppo e ho fatto un grande sforzo per sopravvivere, senza uscire, senza ridere». Oggi, però, Clery si dice circondata da un nucleo familiare alternativo fatto di amici cari, e afferma di aver ritrovato la serenità.
La sua posizione, tuttavia, non lascia spazio a speranze di riconciliazione: «Non ho più bisogno di un abbraccio, di una carezza, di un fiore, di un “ti voglio bene mamma”. Non ho ottenuto nulla. Abbiamo chiuso da nove anni, ma sono trent’anni che viviamo così e ho provato ogni strada possibile». Il discorso si conclude con un’espressione di augurio, rivolta a quella parte della famiglia che ormai non riconosce più come tale: «Spero che stiano bene».
L’intervista si chiude con un quadro drammatico, ma fermo, di una donna che ha scelto il silenzio come difesa dopo anni di dolore incessante, ribadendo che il passato non può essere riscritto e che il presente è costruito su nuove basi, ancora lontane dalla figura del figlio perduto.