La saga Gucci secondo Muccino: sei ore per raccontare che il lusso non compra la felicità
Gabriele Muccino è pronto a sorprenderci. E lo fa con "Fine dei giochi" (Sky, ora su Now, 2027), la sua prima serie originale: sei episodi girati tra il maestoso Palazzo Torlonia a Roma e il mare, sulla barca Creole. La base narrativa? Il memoir di Allegra Gucci, figlia di Maurizio, che a 14 anni ha visto uccidere il padre e ha trasformato il trauma in memoria scritta.
La struttura è un esperimento narrativo brillante: due interviste parallele, una a Patrizia Reggiani (Miriam Leone) e una ad Allegra, che si rispondono attraverso il tempo, creando flashback che riannodano quasi novant'anni di storia, dagli Anni 30 al 2016. "È come tre lungometraggi", dice Muccino, "una tragedia greca moderna dove convergono vendetta, amore, possesso e rimorso. Ma calata in una storia vera. La somma di questi elementi crea una voragine, sì, ma anche la possibilità di capire chi siamo."
C'è un'ottica positiva in questa cronaca nera. Patrizia, condannata per l'omicidio di Maurizio dopo tre gradi di giudizio, ha scontato 18 anni. "Fino alla scarcerazione si è ritenuta non innocente ma nemmeno colpevole", precisa il regista, "poi ha ammesso. C'è una dignità in questo percorso, una verità che va oltre il giudizio." La Leone aggiunge un tocco di umanità: "Parlando con Allegra ho capito che Patrizia è una donna magnetica, intelligente, che ti fa entrare in un labirinto dicendo le verità più atroci con la linearità di una bambina."
Francesco Scianna, nel ruolo di Maurizio, porta una speranza personale nel personaggio: "Io a Maurizio direi: cerca di liberarti dal dover dimostrare che vali." E Muccino sottolinea il messaggio per i giovani: "La serie è importante per l'equazione negata tra lusso e felicità, com'è nella vita vera."
Il dettaglio offbeat? Il taglio è da favola nera, ma con luci vere: Silvana, la madre di Patrizia, lavapiatti in periferia a Milano; la Banda Bassotti, delinquenti improvvisati; il tumore cerebrale rimosso a Patrizia nel 1993, che ne modificò la condizione cognitiva. Eppure, tra una ripresa e l'altra, c'era il vento soave sulla Creole, il mare, la brezza. Perché anche nelle storie che sembrano condannate, c'è bellezza da salvaguardare.