Beautiful: l'eternità della ripetizione e il tempo che ci ruba
TRENT'ANNI DI FORRESTER E LOGAN — Va in onda dal 1987, in Italia dal 1990. Beautiful ha trasformato la ripetizione in una forma di eternità: i personaggi si amano, tradiscono, muoiono e risorgono, gli attori cambiano, i figli crescono, i matrimoni si moltiplicano, ma Ridge rimane Ridge, Brooke rimane Brooke, il conflitto rimane conflitto. La morte stessa pare avere un contratto a tempo determinato.
È la meccanica spettrale di una narrazione che non chiede memoria, solo riconoscimento. I dialoghi sono interminabili confessioni, attese, sospensioni sulla vita di relazione: l'apoteosi del «parliamone». Perfino il sesso, che dovrebbe essere trasgressione, diventa conversazione sul sesso. Si desidera, si tradisce, ci si pente, si ricomincia a parlarne.
Il segreto sta nell'aver reso familiare l'improbabile e quotidiano l'inverosimile. Dopo migliaia di puntate, la vera storia non è più quella dei Forrester, ma il nostro rapporto con loro. Abbiamo cambiato casa, lavoro, relazioni, governi. Loro erano sempre lì. Sempre uguali, sempre diversi. La soap racconta l'instabilità dei legami producendo il più stabile dei legami televisivi.
Mentre Brooke torna per l'ennesima volta da Ridge, scopriamo che la vera soap non è Beautiful: è il tempo che abbiamo passato davanti allo schermo a guardarla. Cambiano i personaggi, le storie, perfino le soap — oggi turche. Resta quella strana forma di compagnia che la tv ha imparato a offrire: non chiede di ricordare tutto, basta che ci riconosca quando torniamo. Anche dopo tanti anni.