Quarant’anni di ombre: i segreti nascosti de Il nome della rosa
Quarant’anni di ombre: i segreti nascosti de Il nome della rosa
Il 24 settembre 1986 usciva negli Stati Uniti il film di Jean‑Jacques Annaud tratto dal romanzo di Umberto Eco; a distanza di quattro decenni emergono dettagli poco noti sul set, sulle scelte di cast e sui luoghi che hanno dato vita all’abbazia più misteriosa del cinema.
Il nome della rosa, diretto da Jean‑Jacques Annaud e liberamente ispirato al romanzo omonimo di Umberto Eco del 1980, arrivò nelle sale statunitensi il 24 settembre 1986, segnando un antesignano del cinema d’autore di metà anni Ottanta. Il film vede protagonisti il frate francescano Adso da Melk (Christian Slater) che, attraverso flashback, rivive l’indagine condotta da novizio insieme al frate inglese Guglielmo da Baskerville (Sean Connery) su una serie di omicidi rituali avvenuti entro le mura di un’abbazia benedettina. Nel 2026 la pellicola compie quarant’anni, occasione per riscoprire alcuni aspetti poco conosciuti della sua realizzazione.
Le riprese si svolsero principalmente in Francia, presso l’Abbazia di Sainte‑Marie de la Sauve‑Majeure (Gironde), scelta per la sua architettura romanica e l’atmosfera di silenzio secolare. Gli interni, invece, furono ricostruiti negli studi di Cinecittà a Roma, dove si ricorse a scenografie ispirate a manoscritti medievali per rendere credibili lo scriptorium e la biblioteca proibita. Annaud volle che il latino parlato dai monaci fosse il più autentico possibile; a tal fine Umberto Eco collaborò alla creazione di un latino “monastico” basato su testi dell’epoca, mentre James Horner compose una colonna sonora minimale, dominata da cori gregoriani e strumenti a corda, che accentua il senso di claustrofobia spirituale.
Tra le curiosità emerse nel corso degli anni, spicca il rifiuto di Franco Franchi: il celebre comico siciliano fu contattato per interpretare un monaco secondario ma declinò l’offerta, ritenendo il ruolo troppo distante dal suo registro comico. Un altro aneddoto riguarda il numero di abbazie considerate: la produzione visionò oltre trenta luoghi in Europa prima di decidere per la Sauve‑Majeure, scartando candidature in Spagna e Italia per problemi logistici o di conservazione. Inoltre, poco dopo la fine delle riprese, due tecnici del reparto elettronica persero la vita in un incidente stradale di ritorno dal set, fatto che alimentò tra la crews una certa superstizione riguardo alla “maledizione” dell’abbazia.
Criticamente, Il nome della rosa fu accolto con recensioni contrastanti: lodato per la ricostruzione storica e le interpretazioni di Connery e Slater, fu criticato da alcuni per una narrazione ritenuta troppo ellittica rispetto al romanzo denso di Eco. Nonostante ciò, il film ottenne due candidature agli Oscar (miglior sceneggiatura non originale e miglior scenografia) e vinse il BAFTA per la miglior fotografia. A distanza di quarant’anni, la pellicola resta un punto di riferimento per chi cerca un cinema capace di coniugare rigore filologico, tensione investigativa e un’atmosfera quasi gotica, dove ogni pietra dell’abbazia sembra sussurrare segreti che la storia ha voluto tenere sepolti.