Palchi su Marte, inferni di Rodin e discoteche-labirinto: così Blearred costruisce i concerti

Luci, scenografie, video e visual: lo studio milanese fondato da Jordan Babev con Davide Pedrotti e Ivan Russo trasforma le richieste più impossibili in mondi da attraversare. Da Tedua ai Subsonica, da Alfa a Ultimo, la tecnologia resta al servizio di chi sta sul palco.

Un palco su Marte? Meglio: è esattamente il tipo di richiesta che piace a Blearred. «Ne arrivano sempre, di richieste stravaganti. Ma è bello quando chiedono l’impossibile: “Voglio fare un palco su Marte”», racconta Jordan Babev, fondatore dello studio insieme a Davide Pedrotti e Ivan Russo.

Blearred — il nome nasce dalla fusione di *blurry*, sfocato, e *red*, rosso — è uno studio di design multidisciplinare che si occupa di tutto ciò che, durante un concerto, circonda la musica: luci, scenografia, video e molto altro. «Tutto l’aspetto visivo, dal briefing al momento in cui entra il pubblico», spiega Babev. Il punto di partenza, però, non è un effetto speciale. È quello che un artista sogna.

Tedua, nel 2023, è arrivato con l’album [*La Divina Commedia*](https://www.corriere.it/spettacoli/23_giugno_18/tedua-il-mio-rap-conquista-un-epopea-rap-dante-f275f342-0de6-11ee-95d6-0f7a427f52d4.shtml). Blearred ha guardato a *La porta dell’Inferno* di Auguste Rodin, opera incompiuta, e ha costruito un palco materico capace di evocare un paesaggio infernale. Con il rapper è arrivato poi un bis a San Siro, per i dieci anni di *Aspettando Orange County*. Babev, milanista, lo mette tra i primi tre luoghi in cui ha lavorato. Da un lato della scena c’era un palazzo popolare, legato alle origini artistiche di Tedua; dall’altro, collegato da un orizzonte di LED, un edificio più moderno. Insieme raccontavano una crescita artistica e umana.

Alfa, invece, è stata raccontata tra le case colorate di Boccadasse. I Subsonica sono stati portati in una discoteca-labirinto. Ultimo ha avuto il suo mega show nella spianata di Tor Vergata. Ogni progetto comincia da un’immagine mentale, ma non può prescindere dallo spazio che la dovrà ospitare.

«Non usiamo solo le nostre sedute creative, che sono quasi sedute spiritiche, ma anche i vincoli e i materiali offerti da un luogo», dice Babev. La parte più artigianale arriva prima ancora del concerto: per toccare con mano uno spazio, lo studio realizza prototipi e modellini con la stampante 3D. Quando, per un tour dei Subsonica, ogni musicista doveva salire su una piattaforma che si sollevava fino a cinque metri, è entrato in gioco anche l’Oculus. La band è stata invitata in studio e, grazie al visore per la realtà virtuale, è stata “portata” sul palco che si muoveva.

E l’intelligenza artificiale? Blearred la utilizza, ma soprattutto per la parte noiosa: gestione del materiale, conti, documenti. «La bulimia del suo utilizzo è un fatto», osserva Babev. Il rischio, però, non è che l’AI produca immagini brutte. È che crei immagini mediocri e al tempo stesso superconvincenti. «Se per una proposta usi un’immagine dell’AI, rischi che qualcuno se ne innamori. Poi non sai come renderla vera».

Per *Cieli su Torino*, l’evento live che ha celebrato i trent’anni di carriera dei Subsonica, lo studio è partito da *Discolabirinto*: «Vorrei una discoteca labirinto, bianca, senza luci colorate». Le OGR di Torino, uno spazio capace di ospitare quattromila persone e alto appena cinque metri, sono diventate il teatro di un concerto immersivo, con «tutta l’energia condensata al centro».

Stadi, club, palazzetti e spiazzi non sono cornici intercambiabili. All’Arena di Verona, dove Blearred ha lavorato alla cerimonia di chiusura delle Olimpiadi, il rapporto con il luogo richiede un’altra attenzione. «È un luogo che è stato creato più di duemila anni fa e in cui devi camminare in punta di piedi, anche concettualmente. Non lo devi travestire, ma utilizzare quello che ti dà».

Agli antipodi c’è la spianata di Tor Vergata, pensata per il mega show di Ultimo. «Abbiamo fatto le nottate, perché le luci le vedi solo con il buio. D’estate la notte dura pochissimo, quindi quelle ore devono essere organizzate come una gara di Formula 1».

Nato nel 2020, lo studio milanese ha lavorato, tra gli altri, con Max Pezzali, Mace, Bresh e Alfa. Ma un grande show rischia di mettere in ombra la musica? «No. Tutto parte sempre da chi sta sul palco. La tecnologia, i video, i visual e l’aspetto grafico devono essere coerenti con quello». Il palco, in questa filosofia, non copre la musica: le dà un corpo.

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