Il poter guardare il mondo anche da ciechi e quindi, perché no, tornare a leggere senza l’ausilio di macchine, fili collegati al cervello o alfabeto Braille, potrebbe non essere più un’utopia.

Infatti, neanche il tempo di digerire il progetto rivoluzionario (maggio 2015) portato avanti da un gruppo di ricercatori australiani della Monash University, riguardante un nuovo prototipo di “occhio bionico”, che esce la notizia, questa volta made in Italy, della nuova frontiera delle protesi retiniche: la retina artificiale.

Ma andiamo per gradi.

Dicevamo dell’occhio bionico, il progetto di alcuni ricercatori australiani della Monash University,  che comunica tramite tecnologia wireless.

Tutto vero. Un occhio capace di elaborare le immagini,  trasmettendole via wireless al cervello. Tale prototipo funziona grazie a una telecamera digitale montata su occhiali in grado di inviare i dati visivi a minuscoli chip di ceramica impiantati chirurgicamente nella corteccia cerebrale.

La cinecamera digitale montata sugli occhiali trasferisce le immagini a un apparecchio di elaborazione della visione della grandezza di un telefono cellulare.

Una volta elaborata, l’immagine viene trasmessa a un’antenna installata dietro la montatura degli occhiali.

Il dato visivo viene poi inviato, senza fili, al cervello, dove è ricevuto dai chip di ceramica impiantati chirurgicamente (ogni chip ha 43 microelettrodi di 9 millimetri per 9).

In questo caso, per trasportare le informazioni, dovendo operare con un numero limitato di elettrodi, l’apparecchio dovrà essere programmato in modo tale da selezionare i dati che dovrà comunicare al paziente.

Per fare ciò l’equipe australiana ha pensato di ricreare quello che la persona potrebbe vedere dopo l’impiantazione degli elettrodi nel cervello:

sviluppare un software in grado di catturare l’immagine da una videocamera e selezionare poi le informazioni importanti, prima di tradurle nel “formato di punti” che il cervello riceve se eccitato dagli elettrodi.

L’idea di base è quella di eliminare il “rumore”, cioè di tagliare quella parte confusa o non necessaria nell’immagine, e presentare quindi solo l’informazione importante. Nel caso in cui il dispositivo dovesse venire effettivamente commercializzato, è stato previsto che potrà aiutare oltre l’85% delle persone attualmente considerate “legalmente cieche”.

 

Nell’anno corrente, invece, è trapelata una notizia, che se confermata, potrebbe abbattere, per sempre, le barriere che dividono una persona cieca dal mondo reale. Infatti, non si potrebbe non avere più bisogno di microchip, occhiali o computer.

L’occhio bionico del futuro potrebbe avere un aspetto, se così si può dire, più umano, grazie a una retina artificiale (un polimero organico e biocompatibile) potenzialmente in grado di correggere le mancanze della vista.

La membrana artificiale, creata nel laboratorio dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, sarebbe la prima al mondo formata da solo materiale organico. Secondo i ricercatori, tra qualche anno, potrebbe anche essere usata come protesi per ripristinare una funzionalità visiva completa a chi è affetto da retinite pigmentosa.

Questa retina artificiale, molto simile a quella umana, è capace di simulare le funzioni svolte dai coni e dai bastoncelli (entrambi fotorecettori.

I coni si concentrano nella zona centrale della retina e sono deputati alla visione dei colori e alla visione distinta.

I bastoncelli, invece, sono più sensibili al movimento, sono impiegati per la visione al buio e si concentrano nella zona periferica della retina.

Le due tipologie di fotorecettori presentano una diversa sensibilità alla luce riconducibile alla rispettiva organizzazione del lavoro. Il lavoro dei coni è individuale nel senso che ciascuno di essi genera un impulso che è avviato al cervello indipendentemente. Mentre i bastoncelli, diverse migliaia di elementi, convergono su un singolo interneurone, tanto che  risultano circa quattromila volte più sensibili alla luce rispetto ai coni).

Nel caso della retina artificiale non servono cavi né batterie esterne per stimolarla. Basta la luce. Infatti, è dotata di un sistema fotovoltaico interno formato da celle di carbonio capace di convertire la luce in elettricità (stesso meccanismo utilizzato dai fotorecettori dell’occhio).

In alcune malattie degenerative dell’occhio i fotorecettori non reagiscono più alla luce e creano così un buco buio nell’immagine percepita. Quindi, più cellule sono danneggiate dalla malattia e maggiori sono i tasselli che mancano per formare un’immagine.

La retina artificiale funzionerebbe da riempitivo di questi buchi e, collocata sotto alla retina danneggiata, aiuterebbe invece a completare nel cervello l’immagine intera. Tutto ciò, però, non verrà testato sull’uomo prima di 4-5 anni (è in corso la sperimentazione sugli animali).

Attualmente le protesi retiniche possono “restituire” la vista, con immagini poco dettagliate, solo a chi è totalmente cieco (tralasciando i problemi meno gravi che sono anche quelli più frequenti).

L’evoluzione dell’occhio artificiale, che sia di metallo o di tessuto quasi umano, va in un’unica direzione:

quella di curare il maggior numero di casi e patologie.

La retina artificiale sembra avere una buona sensibilità alla luce diurna. Inoltre, essendo di materiale organico potrebbe essere meglio tollerata all’interno dell’occhio, con meno rischi di infiammazione, perché meno rigida di un microchip.

Chissà, se in un futuro prossimo, anche quelle persone nate nel buio potranno colorare il mondo?