Pur essendo lontano dall’addentrarmi in speculazioni che pretenderebbero un acume ben più profondo di quello che la natura mi ha elargito, confesso che la dimensione temporale dell’esistenza, il Tempo, ha sempre suscitato in me un sentimento di curiosità.

 

Una sensazione di ineluttabilità che a tratti si evolve e si trasforma in gratitudine, un caotico miscuglio di proiezioni ciascuna delle quali è sia vera che parziale.

A volte mi sono chiesto in che misura il tempo interferisca con la costruzione di una storia, probabilmente perché, in fondo, sono sempre stato affascinato dalle conseguenze che esso lascia nell’intreccio delle nostre esistenze. E ogni storia a ben pensarci non è che uno dei numeri che potrebbero venire estratti nell’infinito gioco del Lotto in cui ci troviamo a vivere.

Il tempo conserva dentro di sé profonde contraddizioni, tanto intriganti quanto misteriose.

Forse insondabili. C’è la percezione che ci dà il senso comune: un presente che è la cifra della nostra realtà, un passato che avvertiamo come immutabile, un futuro che invece ci è necessario poter considerare plasmabile almeno in parte (giusto per non sentirci ostaggio della follia dell’esistenza). 

E dall’altra parte della barricata c’è la scienza che si affretta a spiegarci come non possano esistere istanti privilegiati o assoluti (ciao ciao al cosiddetto presente), e come il divenire degli eventi non abbia a volte un senso di marcia predestinato ma possa essere reversibile.

E allora verso quale orizzonte dobbiamo guardare? Forse arriverà un giorno un filosofo capace di mettersi davanti a un occhio la lente del senso comune, nell’altro quella delle leggi scientifiche, così da riuscire a gettare uno sguardo di insieme alla realtà con la giusta prospettiva. In cuor mio, però, credo che io non sarò più qui ad applaudirlo.

“E allora che c’entra Kierkegaard?”, mi chiederete. “È stato lui a inforcare gli occhiali giusti?“.

Non credo, ma la sua figura mi incuriosisce molto, e pure il suo pensiero così attento al Singolo. E soprattutto mi piace una sua frase dentro alla quale già si era persa la traccia di uno dei pezzetti del puzzle: “La vita può essere capita solo all’indietro ma va vissuta in avanti”.

Indietro e avanti.

Come sfogliare le pagine già lette di un libro (cosa peraltro che non si dovrebbe mai fare, ritornare su quanto si è già letto intendo, o almeno non lo si dovrebbe confessare all’autore che, per quello, potrebbe cadere in una profonda crisi da inadeguatezza). Le pagine già consumate rappresentano la prospettiva da cui si possono ricavare le informazioni per comprendere la storia che si è in procinto di vivere all’interno dei capitoli che seguiranno.

E se un gesto avvenuto nel passato è percepibile come qualcosa di scolpito, immobile, immutabile, non lo sono le sue conseguenze (già, proprio così si chiamano, in ossequio alla loro caotica imprevedibilità, al loro fottersene della continuità temporale, al loro capriccioso bisogno di giocare a nascondino).

E proprio sulla contraddittorietà di fondo del tempo e sulla imprevedibilità delle conseguenze delle nostre azioni è possibile costruire una trama, un viaggio, un libro. E come burattinai privilegiati – non sullo stesso piano del Gran Burattinaio, ma sentendoci gratificati nella nostra immensa vanità dal potergli assomigliare almeno un po’. Eccessivo dite? Ne convengo, ma mai lo confesserò per quanto mi riguarda… – come burattinai privilegiati, dicevo, possiamo disporre del tempo trasfigurandolo in accezioni del tutto nuove, mischiando istanti scientificamente inesistenti, a intrecci di vita già vissuta, o forse no.

Certo che siamo strani noi umani: nell’ansiosa attesa di qualcuno che, con colpo di genio, riesca a mettere ordine nei caotici riflessi con cui cogliamo l’essenza del tempo, ci divertiamo a sconquassarne i pochi punti fermi, così, giusto per divertirci (i più bravi ci fanno anche sognare, a volte riflettere).

Ma…, c’è un ma, caro Kierkegaard. Per uno come me che si diverte a scrivere gialli, quindi a gettare discredito sulle vite dei personaggi, a lanciare il sasso per poi ritrarre la mano, non è detto che dentro al tempo, dentro alle conseguenze delle azioni, siano nascoste tutte le risposte.

E lasciami godere del mio libero arbitrio almeno qui (d’istinto mi sarebbe venuta un’espressione più colorita, devo ammetterlo). Non devo per forza essere politicamente corretto.

E allora mescola il mazzo, caro Kierkegaard, che questa mano l’ho vinta io.