Trieste, il rock progressivo smonta la propaganda di guerra: «Svuotare gli arsenali, riempire i granai»

Al Teatro dei Fabbri la Contrada mette in scena l'operazione-verità di Diana Hoebel: dalla maschera da teschio ai discorsi di von der Leyen e Scurati, un viaggio nella «nebbia delle menzogne» che da Cesare arriva all'industria degli armamenti.
Al Teatro dei Fabbri di Trieste debutta "Pace - Svuotare gli arsenali, riempire i granai", l'ultima produzione de La Contrada Teatro stabile di Trieste firmata dalla drammaturga Diana Hoebel. Non una semplice rappresentazione, ma un'operazione di smontaggio della propaganda bellica attraverso il linguaggio del rock progressivo: lo spettacolo inchioda il pubblico di fronte al meccanismo per cui la guerra si vende nascondendo i profitti dell'industria degli armamenti dietro la "nebbia delle menzogne".
In scena Hoebel indossa una maschera da teschio, memento mori vivente che trasforma l'autrice in simbolo della morte che la guerra porta con sé. Al suo fianco il Duo Baby Gelido — Daniele alla drum machine, Stefano Mastronuzzi alla chitarra — costruisce un'atmosfera cupa e meccanica, contrapponendo la freddezza industriale dell'elettronica all'urgenza distorta dello strumento a corde. Ai lati del palcoscenico scorrono manifesti storici: dal celebre "I want you" statunitense all'immagine del fante italiano accecato in battaglia, icona del sacrificio cieco chiesto alla massa.
L'impalcatura intellettuale dello spettacolo affonda le radici nella teoria della propaganda: Hoebel cita i dieci punti di Anne Morelli (2003) e le "Menzogne di guerra" di Arthur Ponsonby (1928) per tracciare una genealogia della falsità che va da Cesare a Papa Urbano II, passando per Joseph Goebbels e George Bush. Il filo rosso è la tecnica costante: inventare un nemico, alimentare la paura dell'accerchiamento, presentare l'attacco come difesa inevitabile. Un percorso documentato che dimostra come «la guerra si combatta nella nebbia di falsità, gran parte delle quali non vengono mai scoperte».
La denuncia non risparmia il presente: i discorsi di Antonio Scurati e di Ursula von der Leyen vengono esplicitamente presi in giro e smontati come retoriche funzionali al riarmo. A fare da contraltare, le voci di Einstein, Russell e Calamandrei — richiamate dallo spettacolo con l'esplicito «Uno spettacolo contro ogni belligeranza!» — ricordano che l'alternativa alla logica delle armi è sempre stata praticabile, se non venisse sistematicamente soffocata dall'economia della paura.
Trieste, città di confine che ha vissuto sulla pelle le divisioni ideologiche del Novecento e la contesa del Territorio Libero, offre il contesto geografico e simbolico ideale: un teatro che porta il nome dell'antica corporazione dei fabbri — lavoratori del ferro, materia delle armi — ospita oggi la richiesta di «svuotare gli arsenali e riempire i granai», riecheggiando l'ammonimento di Eisenhower sul furto ai poveri. La scelta di uno Stabile pubblico di produrre un atto d'accusa così netto contro il complesso militare-industriale segna un passaggio: la cultura istituzionale smette di essere neutra e si schiera contro l'ignoranza che alimenta i conflitti.