Il programma di Emilio Casalini racconta l'Italia delle aree interne tra micro-cinema di resistenza e narrazioni estetiche. Ma gli esperti avvertono: senza infrastrutture e servizi la bellezza rischia di restare solo uno «showcase nostalgico»
Debutta su Rai 3 «Generazione Bellezza», la nuova serie firmata da Emilio Casalini che ambisce a diventare il punto di partenza del dibattito nazionale sul rilancio dei piccoli centri. La tesi centrale è ambiziosa: la bellezza intesa come motore economico, sociale e civile per invertire il declino dei borghi. La rete definisce il format «un racconto corale che attraversa l'intera Penisola: dalle vette appenniniche alle periferie metropolitane, dai piccoli borghi alle coste del nostro mare».
L'impianto non vuole essere un catalogo di buone pratiche isolate, ma un mosaico nazionale che mostra come l'estetica possa diventare strumento di riscatto in contesti diversissimi: dalle montagne del Lazio alle Langhe piemontesi. La domanda di fondo, però, resta aperta: un'ora di immagini suggestive può davvero cambiare le sorti di territori che perdono abitanti da decenni?
A guidare il viaggio è Casalini, autore e conduttore documentarista che ha fatto della narrazione visiva il proprio marchio. L'obiettivo dichiarato è «mostrare un'Italia operosa, visionaria e testarda», capace di cercare nuova linfa nei luoghi più impervi. Una visione che il programma stesso sottopone a verifica, oscillando tra celebrazione e realismo.
Il caso simbolo della prima puntata è Longone Sabino, minuscolo comune di origine longobarda in provincia di Rieti, a circa 800 metri d'altitudine. Incastonato tra le Valli del Salto e del Turano, con il Monte Terminillo a fare da sfondo, il paese vive la drammatica normalità delle aree interne: spopolamento cronico, carenza di servizi, chiusura di scuole e presidi sanitari, assenza di lavoro. Un contesto in cui l'altitudine e la storia non bastano più a garantire la sopravvivenza.
Il catalizzatore culturale è «U Cinemittu», una micro-sala da 12 posti voluta e promossa dall'attore Luca Marinelli. Nata per portare cinema di qualità in un territorio privo di multisala, la struttura seleziona i titoli grazie alla rete di contatti dello stesso Marinelli. In un vuoto culturale quasi totale, il piccolo cinema diventa punto di incontro sociale e atto di resistenza contro l'isolamento. Il programma lo definisce espressione di un'«ideologia da Pro Loco»: filosofia che mescola promozione turistica, pedagogia civica e ottimismo amministrativo, spostando spesso la responsabilità della cura del territorio dalle istituzioni ai residenti.
Emerge così il concetto di bellezza come «ammortizzatore sociale»: non risolve i problemi strutturali — disoccupazione, mancanza di servizi, spopolamento — ma li rende più digeribili nella narrazione. C'è una tensione evidente tra la celebrazione estetica e la realtà dei fatti, soprattutto quando l'ottimismo burocratico rischia di scaricare sui cittadini l'onere di salvarsi da soli.
Il quadro nazionale conferma lo scetticismo. Le piccole comunità montane e collinari perdono abitanti da decenni per assenza di lavoro, servizi essenziali, scuole e ospedali. La narrazione «beauty-first» entra in collisione con l'analisi socioeconomica: senza investimenti infrastrutturali e riforme di governance, qualsiasi progetto estetico rischia di restare un'isola felice in un mare di difficoltà. Emblematico il caso delle Langhe: territorio UNESCO di straordinaria bellezza che continua a perdere giovani nonostante l'appeal paesaggistico e turistico. La bellezza, da sola, non paga le tasse.
Non mancano controesempi dove progetti estetici hanno generato ricadute economiche misurabili: festival di murales, laboratori cooperativi d'arte, valorizzazione enogastronomica. Le condizioni di efficacia sono ricorrenti: reti associative preesistenti, capacità di attrarre investimenti privati tangibili, presenza concomitante di servizi base. Senza questi elementi, la bellezza rimane pura retorica.
«Generazione Bellezza» si configura così come uno specchio culturale che riflette tanto l'entusiasmo quanto lo scetticismo sull'idea che l'estetica da sola possa rilanciare i borghi. La domanda finale resta: il «motore bellezza» potrà essere affiancato da concreti investimenti pubblici e riforme di governance, o rimarrà uno showcase nostalgico? Per Rai 3 e la sua rete «Italiana», il futuro potrebbe riservare una maggiore focalizzazione su storytelling orientato alle policy, con ricadute concrete sulle comunità periferiche che attendono non solo immagini, ma infrastrutture. La scommessa è tutta sulle prossime puntate.