Calabresi lancia la sfida da Bergamo: «L’empatia non è debolezza, è l’unica cura per i muri di Milano»
Presentato «Le voci degli altri» al Gres Art 671: sala gremita e centinaia di esclusi. Il giornalista trasforma il lancio del libro in comizio elettorale e punta su ascolto e ricucitura per Milano.
Mario Calabresi ha trasformato la presentazione del suo libro «Le voci degli altri» al Gres Art 671 di Bergamo in un vero e proprio lancio della sua candidatura a sindaco di Milano. Davanti a una sala gremita, con centinaia di persone rimaste fuori, il giornalista ed ex direttore di La Stampa e La Repubblica ha rilanciato il suo manifesto: «L’idea che se si sta distanti ci si salva… è una gigantesca fregatura». L’obiettivo dichiarato è «ricucire» una Milano che, pur funzionando su molti fronti, soffre di marginalizzazione, costi elevati e fuga dei giovani.
Nel libro, pubblicato da Mondadori a marzo 2024 e strutturato in otto capitoli, Calabresi rovescia il pregiudizio secondo cui l’empatia sarebbe un sintomo di debolezza. «Se ti metti nei panni di qualcuno… diventi debole», è l’obiezione che il candidato cita, ma lui risponde definendo l’empatia una pratica rigorosa a «360 gradi», universale e necessaria. Altrimenti, avverte, resta retorica vuota. Il giornalista la propone come unica infrastruttura capace di abbattere i muri fisici ed emotivi della città.
Il cuore narrativo del volume – e il suo peso politico – è l’incontro con il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme e bergamasco di Cologno al Serio. In una Gerusalemme deserta dopo gli attacchi dell’ottobre 2023, il porporato ha rifiutato parole come dialogo, speranza e fratellanza, concentrandosi sulle «crepe nel muro», definite «piccoli semi» in grado di germogliare. «Posso solo avere fede e sperare che un giorno germoglieranno», ha detto. Per Calabresi, questa metafora è l’antidoto al populismo dell’odio: l’empatia non è ricerca di un terreno comune a parole, ma osservazione paziente delle fessure nelle barriere.
Gli otto capitoli di «Le voci degli altri» non raccontano storie da prima pagina, ma restituiscono voce a chi quella pagina non la vede mai. «La politica deve tornare a essere reportage», ha spiegato Calabresi, presentando la sua candidatura non come una discesa in campo da esperto, ma come estensione di un mestiere dedicato agli esclusi e ai marginalizzati. L’idea è governare Milano attraverso l’«ascolto amministrativo», spostandosi per la città come un reporter che sa dove sta la verità: nelle periferie, non negli studi televisivi.
Sul piano amministrativo, Calabresi individua tre nodi critici che il sindaco uscente Giuseppe Sala, giunto al limite dei due mandati, ha faticato a sciogliere: i costi della vita per le fasce medio-basse, la marginalizzazione delle periferie e la fuga dei giovani. «Milano ti dava tante possibilità se lavoravi, ora questa promessa non sempre viene rispettata», ha ripetuto. Il suo piano punta su housing accessibile, rilancio del trasporto pubblico e tutela di un’economia notturna e creativa non ridotta a merce di lusso. Amministrare pensando solo a chi ha già tutto, ha ammonito, significa lasciare indietro chi perde il contatto con la città.
Non è un caso che la presentazione sia avvenuta a Bergamo, in via San Bernardino: la città è la terra natale di Pizzaballa e un territorio dove il centrosinistra vanta radici profonde, cruciale per il voto milanese. La sala piena a capacità massima, con persone in piedi e centinaia di nomi in lista d’attesa, segnala una forte domanda di cambiamento e una capacità di mobilitazione territoriale. Il percorso personale di Calabresi – figlio di Luigi Calabresi, poliziotto ucciso durante gli Anni di Piombo – aggiunge un peso simbolico: un milanese che vuole contribuire a «ricucire» la città segnata dalla storia.
Al termine dell’incontro, il moderatore Daniele Rocchetti ha sottolineato come la serata dimostri la fame di una politica che non urla, ma ascolta. Le prossime tappe prevedono la raccolta delle firme per la candidatura ufficiale, le assemblee programmatiche nei quartieri e il calendario delle primarie del centrosinistra. La metafora delle «crepe nel muro» vale anche per la coalizione: non basta tappare i buchi, bisogna capire se la luce può entrare davvero. «Non si amministra una metropoli da un bunker. Se il muro di Milano ha delle crepe, il compito della politica non è intonacarle, ma vedere se ci passa la luce.»