L'uomo sbagliato: quando la giustizia confessa e condanna gli innocenti
«L'uomo sbagliato – Un’inchiesta dal vivo», il debutto teatrale del giornalista Pablo Trincia, approda domenica 25 ottobre, alle 17, alla ChorusLife Arena di Bergamo. L’allestimento porta sul palco la storia drammatica di Ezzedine Sebai, serial killer tunisino scomparso nel 2012 a Padova, pochi giorni dopo un tentato suicidio nella sua cella. Nel 2006, dalla sua prigione, Sebai ha confessato quindici omicidi di donne anziane compiuti a metà anni Novanta nel Sud Italia: dichiarazioni spontanee rilasciate alla presenza dell’avvocato d’ufficio Luciano Faraon, con nomi e cognomi precisi. Tutte le vittime vivevano in Puglia e Basilicata, non più giovani di settant’anni, alcune oltre gli ottanta. La rivelazione ha messo in crisi numerosi processi ritenuti conclusi e sentenze passate in giudicato.
Perché Trincia ha scelto il teatro per raccontare questa storia? «È una storia inedita, che si presta molto a uno spettacolo e meno a una serie video o a un podcast. È la storia giusta. Mi ha affascinato perché poco conosciuta: Ezzedine Sebai, autore di una serie di omicidi, confessa dopo nove anni di carcere. Uccideva quelle anziane perché gli ricordavano la madre che lo maltrattava da piccolo: le risparmiava se gli offrivano da mangiare, mentre se si spaventavano e urlavano venivano uccise».
L’indagine del 2008, titolata dal quotidiano «Corriere della Sera», aveva già etichettato la confessione di Ben Mohamed Ezzedine Sebai, tunisino di 44 anni, come «piena» e attendibile agli occhi del giudice. Ma dietro quelle parole si nasconde una tragedia di innocenti: otto persone sono state condannate a lunghe pene detentive ingiustamente, sulla base di confessioni estorte con la forza. Invece di rivedere le indagini, la giustizia ha preferito voltarsi dall’altra parte, cercando di limitare i danni. Quattro procure sono state coinvolte: Bari, Foggia, Potenza e Taranto. Raccontiamo proprio le indagini dell’ultima, quella di Taranto.
Bergamo è un luogo particolare per questa vicenda. Qui vive uno dei protagonisti, recluso in carcere (condannato all’ergastolo, ha scontato ventinove anni) e mai risarcito per l’ingiusta detenzione. L’assoluzione non è automatica: serve un lungo processo di revisione, che richiede risorse economiche per pagare avvocati, periti e consulenti. Molti detenuti ci provano, ma serve disponibilità finanziaria e, spesso, anche fortuna. La giustizia si muove lentamente, anche se Sebai, oltre ad aver confessato, ha descritto dettagli che solo chi aveva been sulla scena del crimine poteva conoscere. Una verità che pesa come un macigno sul sistema.
Questa storia di malagiustizia richiama quella del pastore sardo Beniamino Zuncheddu, condannato all’ergastolo per un triplice omicidio nel 1991 e assolto solo nel 2024 dopo trentatre anni di carcere, raccontata nel film «Zustìssia». «Ci sono tratti comuni, anche se non ho letto le carte – afferma Trincia –. In “The innocent man”, legal thriller di John Grisham, si trova una storia vera, molto simile, di un clamoroso errore giudiziario».
Come è avvenuto l’arresto di Sebai? Fu catturato nel 1997 in seguito a un precedente caso, ma nessuno degli inquirenti immaginava la scia di sangue che si lasciava alle spalle. Solo dopo nove anni di prigionia Sebai ha confessato di aver ucciso non due, bensì quindici anziane. Il ruolo dell’avvocato Faraon è stato cruciale: convinto della colpevolezza del suo assistito, ha voluto aiutarlo a confessare per «purificare la coscienza», ma le sue dichiarazioni hanno aperto un vaso di pandora di errori giudiziari.
C’era una sopravvissuta? «Morì pochi giorni dopo l’aggressione», racconta Trincia. Le cronache di cronaca nera, come il caso Garlasco, mantengono alta l’attenzione sui media e nei salotti televisivi, ma qual è il limite? «Non farne pornografia o uno show fine a sé stesso. Garlasco è stato trasformato in uno spettacolo quotidiano pensato solo per gli ascolti, senza alcuna scrittura sostanziale. La mia è un’orazione civile, un atto di denuncia: racconto un’indagine, non maltratto i morti. Chiara Poggi è stata violentata giorno dopo giorno dai media. Dobbiamo chiederci chi le abbia fatto più male, se il suo assassino o il circo mediatico in cui molti vogliono parlottare».
La serata bergamasca non è solo un evento culturale, ma un invito a riflettere su quanto la giustizia possa essere fragile quando si scontra con la povertà, l’ignoranza e le pressioni mediatiche. Un’opportunità per chiedersi se, dopo decenni di silenzi e condanne ingiuste, sia finalmente giunto il momento di dare voce a chi è stato silenziato troppo a lungo.