Il film d'oro d'Occidente: 'Il giro del mondo in 80 giorni' e il 1956 che ha ridefinito l'esperienza cinematografica
**Il film d'oro d'Occidente: 'Il giro del mondo in 80 giorni' e il 1956 che ha ridefinito l'esperienza cinematografica**
Cinque Oscar, tecnologia rivoluzionaria e un mix di genialità e pregiudizi: il 1956 ha inventato il cinema come evento.
Tra i grandi capolavori d'epoca, pochi hanno lasciato un segno così profondo quanto *Around the World in 80 Days* di Michael Anderson, presentato il 17 settembre 1956 negli Stati Uniti e uscito in Italia un anno dopo. Con cinque premi Oscar vinti — coprendo sceneggiatura, regia, fotografia, montaggio e colonna sonora — il film rappresenta uno dei massimi esempi di produzione cinematografica degli anni Cinquanta, un vero e proprio esperimento per trasformare il cinema in un'esperienza spettacolare.
La pellicola adatta il romanzo di Jules Verne a schermo grande, grazie a innovazioni tecniche senza precedenti: il formato Todd-AO con riprese in 65 mm e proiezione in 70 creano una dilatazione del campo visivo che fa sentire lo spettatore come se stesse viaggiando insieme al protagonista. La storia segue Phileas Fogg (David Niven), un gentiluomo inglese che scommette con i soci del Reform Club di completare il giro del mondo in ottanta giorni, accompagnato dal maggiordomo Passepartout (Cantinflas). Tra treni, piroscafi, mongolfiere ed elefanti, i due protagonisti affrontano avventure, imprevisti e persino la cattiva fede del detective Fix (Robert Newton), sospettoso che Fogg abbia commesso una rapina alla Banca d'Inghilterra.
Non è solo una storia di velocità: il film mescola la corsa contro il tempo con una narrazione ricca di incidenti, equivoci e incontri casuali, introducendo una componente farsesca che impedisce alla trama di ridursi a una semplice gara a cronometro. Le apparizioni a sorpresa — spesso fugaci — diventano un elemento a sé stante, con il pubblico che non cerca solo di seguire il viaggio, ma anche di scoprire quali volti noti incontrerà alla prossima tappa.
Tuttavia, questa sonnosità e questa imponenza hanno avuto i loro costi. La durata di 167 minuti, l'accumulo di sequenze e la costante ricerca dell'effetto visivo rischiano di appesantire il ritmo piuttosto che amplificarlo, rendendo l'insieme meccanico e discontinuo. Un altro problema emerso, soprattutto negli anni successivi, è la presenza di stereotipi pesanti nei confronti di culture e territori "altri", spesso ridotti a scenari esotici con rappresentazioni antropologiche poco corrette.
Il successo dell'opera nasce anche da una contraddizione affascinante: un film costruito sulla velocità trova forza nella dilatazione temporale, proponendosi come un vero e proprio tentativo di Hollywood di rispondere alla concorrenza televisiva. Non si tratta solo di raccontare una storia "più grande", ma di creare un'esperienza che non può essere restituita altrove, con titoli di coda di Saul Bass che prolungano la concezione dello spettacolo fino al congedo finale, una vera e propria sorpresa finale.
Oggi, alcuni segmenti risentono fastidiosamente dai pregiudizi del passato, ma resta innegabile la sua natura di opera di transizione verso un'idea di cinema "aumentato". In metafora, il viaggio di Fogg può essere letto anche come il viaggio dell'industria cinematografica stessa all'interno della sua epoca: un momento in cui Hollywood comprendeva di non dover più limiti e decise di trasformare il cinema in evento, con una grandiosità fisica che dilata ogni singolo dettaglio. Se il film non è più perfettamente avvincente in ogni parte — e questo è vero — il suo fascino risiede proprio in questa capacità di anticipare il futuro del cinema, di anticipare il grande spettacolo che sarebbe diventato norma.