Patù di Inciocchi: l'approfondimento che si spegne nel talk show

Parliamo chiaro: il nuovo programma di Rai2, «Patù – La passione delle idee» condotto da Roberto Inciocchi, ha un potenziale enorme, ma rischia di rovinarsi da solo. È un ibrido che mescola un po' di stile Sky – veloce, essenziale, autorevole – con la tradizione Rai. In una sola serata si parla della strage degli ulivi nel Salento (con un'intervista a Helen Mirren), si toccano temi caldi come la guerra tra Israele e Hamas, le proteste studentesche ProPal, il caro carburanti, l'intelligenza artificiale e i delitti di cronaca, arrivando a notte inoltrata come se il tempo televisivo fosse infinito.

Il problema principale, però, non è la quantità di argomenti. È il formato.

Dopo ogni servizio, spesso interessante e ben fatto, arriva il piccolo talk in studio. E qui le cose vanno male. Se l'ambizione è davvero quella dell'approfondimento, che cosa c'entrano i talk show che, per loro natura, sono la negazione dell'approfondimento? Dove ci si aspetterebbe un esperto, compare l'opinionista; dove servirebbe analisi, arriva il pregiudizio. È la vecchia scorciatoia della tv: trasformare ogni questione in una discussione.

C'è poi una curiosità nel nome. Patù, piccolo comune del Salento, potrebbe derivare dal greco pathos, «passione». Ma la passione delle idee richiederebbe forse meno frequentatori abituali dello schermo e più persone capaci di portare idee davvero nuove. Lucio Maran, Francesco Boccia, Peter Gomez, Pietro Senaldi, Manuela Moreno e altri ancora sono presenze ormai così familiari da rischiare di diventare un genere televisivo a parte: l'ospite permanente.

Il punto, dunque, è scegliere. O si fa una vera rubrica di approfondimento, accettando anche il rischio di ascolti meno gratificanti – perché il servizio pubblico dovrebbe servire anche a questo, a informare e a far riflettere –; oppure si percorre la solita via di mezzo, quella in cui il talk finisce per contaminare e indebolire ciò che di buono c'è nei servizi, portando al disastro.

La tv pubblica dovrebbe servire a tutti, non solo a chi cerca spettacolo. Ecco perché, da giovane che vuole un futuro migliore, spero che Inciocchi scelga la strada dell'approfondimento vero, anche se costa di più in termini di ascolti. Perché l'altruismo del giornalismo si misura dal bene che fa al lettore, non dal numero di click. La scelta è questa: o si fa un programma che serve a capire il mondo, o si fa un programma che serve solo a passare il tempo. Per un pubblico giovane e curioso, la prima opzione è l'unica che vale la pena difendere.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Logo di CafféBook.it
CaffèBook
Panoramica privacy

Il seguente pannello ti permette di personalizzare le impostazioni relative al consenso all’utilizzo di cookie o di qualsiasi altra tecnologia di identificazione impiegata direttamente da noi o da terzi. Per saperne di più, controlla la descrizione di ogni categoria e la cookie policy. Potrai rivedere e modificare le impostazioni in qualsiasi momento.