Quando la Germania abolì la censura: un anno e mezzo di libertà che cambiò il cinema (e le donne) per sempre
PORDENONE — C’è una ferita luminosa nella storia del cinema europeo, ed è durata appena diciotto mesi. Tra il novembre 1918 e il maggio 1920 la neonata Repubblica di Weimar fece qualcosa che nessun altro governo occidentale aveva osato: cancellò ogni censura preventiva sulla cultura. Il risultato? Un’esplosione di immagini, parole e corpi che ancora oggi fa tremare lo schermo. Lo racconta, con la grazia di chi sa che la libertà non si archivia, la rassegna «Weimar 1919-1920: il cinema senza bavaglio» che apre oggi le Giornate del Cinema Muto di Pordenone: sei pellicole, prime visioni mondiali per la maggior parte, che restituiscono l’ebbrezza di un momento irripetibile.
I curatori Michael Cowan e Anton Kaes lo scrivono nero su bianco nel catalogo: «Una inedita concezione della sessualità che andava ben oltre la famiglia eterosessuale». Non è retorica. In La vendetta di Hedda (1919) di Jaap Speyer, Mia Pankau incarna una figlia che trascinà in tribunale l’uomo che ha sedotto e abbandonato la madre incinta; non chiede risarcimento, chiede verità, e la ottiene sotto gli occhi di un pubblico abituato al silenzio. In Veleno biondo (1919) di Hubert Moest, Hedda Vernon è una femme fatale che non paga per aver spinto un uomo al furto: la sua vendetta è «inevitabile e giustificata» perché nasce da povertà, umiliazioni e un padre forse assassino e incestuoso. E poi c’è Genuine. La tragedia di una casa insolita (1920) di Robert Wiene, lo stesso regista de Il gabinetto del dottor Caligari: Fern Andra è una vampira letterale, assetata di sangue maschile, metafora viscerale di un desiderio femminile che non chiede permesso.
Ovviamente la libertà fa paura. Le sale furono assaltate, i proiettori rotti, i manifesti strappati. Il governo, pressato dalle destre e dalla chiesa, reintrodusse la censura nel maggio 1920. Ma quel breve respiro lasciò tracce indelebili: superato l’orrore del nazismo, quelle immagini riemersero, fecondando il cinema del dopoguerra e le conquiste femminili degli anni Sessanta e Settanta. Guardare oggi quei fotogrammi, restaurati con cura maniacale dalla Friedrich-Wilhelm-Murnau-Stiftung, non è nostalgia: è un promemoria ottimista. La storia insegna che anche le finestre più strette possono cambiare l’aria di una stanza intera. E che il cinema, quando osa, sa essere profeta.