Digger di Iñárritu: un teatro di accuse che invita a riflettere, non a disperare
HEADLINE: Digger di Iñárritu: un teatro di accuse che invita a riflettere, non a disperare
SUBHEADING: Il nuovo film del regista premio Oscar Alejandro G. Iñárritu mette in scena un processo immaginario contro il magnate del petrolio Digger Rockwell (Tom Cruise), mescolando realtà e finzione teatrale. Nonostante alcune ingenuità drammaturgiche, l’opera riesce a stimolare una conversazione urgente sulla responsabilità collettiva verso il pianeta, lasciando spazio a una speranza di cambiamento.
BODY: Alejandro G. Iñárritu torna dietro la macchina da presa con Digger, un lavoro ambizioso che sposta il focus dal singolo individuo all’intera civiltà occidentale. Al centro della narrazione troviamo Tom Cruise, trasformato da un trucco prostetico pesante, nei panni di Digger Rockwell, tycoon dell’industria petrolifera chiamato a rispondere davanti a un tribunale mondiale per i danni ecologici causati dal suo impero. Accanto a lui, il braccio destro Ganesh (Riz Ahmed) e il presidente degli Stati Uniti Compson (John Goodman, anch’egli vistosamente «prosteticato»), il cui look richiama inequivocabilmente certe figure politiche contemporanee.
Il film apre con quello che sembra un vero processo, ma presto rivela la sua natura teatrale: siamo sulle prove di uno spettacolo che accusa l’umanità di fronte a Digger e alle sue malefatte. Da questo punto in poi la narrazione oscilla continuamente tra palco e dietro le quinte, introducendo personaggi estranei al trama principale – dalla moglie ansiosa per la figlia in volo tempestata di fulmini, al finanziere‑investigatore interpretato da Jesse Plemons, che ricorda il signor Wolf di Pulp Fiction. Questo continuo salto di livello, invece di offrire una riflessione profonda sul confine tra realtà e finzione, diventa spesso un pretesto per sketch personali dove Goodman e Cruise possono sfoggiare la loro verve comica, sebbene a volte risulti eccessivo e dispersivo.
La scena clou si svolge nel tribunale immaginario, dove il pubblico, raffigurante i rappresentanti politici di mezzo mondo, reagisce con un tifo da stadio. Digger ammette le proprie colpe ma le scarica sulla complicità dello spettatore: «Io ho fatto questi danni, ma solo perché voi non volete rinunciare ai vantaggi che questa spoliazione vi procura». Il passaggio, sebbene efficace nel mettere a fuoco il tema della responsabilità condivisa, scivola in una retorica prevedibile che ricorda il finale de Il dottor Stranamore, con i potenti del capitale che già immaginano nuove catastrofi.
Nonostante questi limiti – una durata percepita come il doppio dei 128 minuti effettivi, qualche colpo di scena telefonato e una certa confusione ideologica – il film riesce a compiere qualcosa di prezioso: pone lo spettatore di fronte alla propria partecipazione al disastro ecologico, invitandolo a interrogarsi non solo sulla colpa altrui, ma sul ruolo che ciascuno può giocare per invertire la rotta. In un’epoca segnata da pessimismo climatico, Iñárritu, pur nella sua caratteristica enfasi sul dramma, lascia aperta una finestra di ottimismo: la consapevolezza è il primo passo verso l’azione, e la speranza nasce proprio dalla possibilità di riconoscere i propri errori e di scegliere diversamente.
In definitiva, Digger non è il capolavoro che alcuni si aspettavano, ma è un’opera coraggiosa e fuori dagli schemi che, nonostante le sue imperfezioni, riesce a trasformare la denuncia in un invito alla responsabilità positiva. Un teatro di accuse che, piuttosto che lasciare lo spettatore in disperazione, gli offre la possibilità di immaginare un futuro migliore.