Carlo Acutis fa il miracolo in tv: 4 milioni di giovani incollati allo schermo per un santo "normale"

Quattro milioni e duecentomila persone. Quasi il 30% di share, picchi del 40%. Numeri che non si vedono più, soprattutto per un film su un quindicenne morto vent'anni fa di leucemia. Eppure "Il mio nome è Carlo" ha sbancato l'Auditel domenica su Canale 5. E la cosa più bella? Tra quei 4 milioni ci sono tantissimi ragazzi della mia età.

Carlo Acutis non era un santo da immaginetta. Giocava a calcio, amava i videogiochi, stava sui social come noi. La differenza? Usava i suoi risparmi per comprare sacchi a pelo e panini per i senza tetto di Milano, li conosceva per nome. Aiutava i compagni col computer. Difendeva i più deboli. Una vita normale vissuta in modo straordinario, morta a 15 anni nel 2006.

L'attore che lo interpreta, Samuele Carrino (17 anni, lo stesso de "Il ragazzo dai pantaloni rosa"), ha detto una cosa che mi è rimasta: "C'era bisogno di una storia così, portatrice di valori sani". Ha ragione. Giriamo con i coltelli in tasca, filmiamo le risse col cellulare, i social li usiamo per distruggerci. Carlo ci mostra che un altro modo c'è. Piccoli gesti. Quelli che cambiano il mondo.

Carrino ha conosciuto la mamma di Carlo, Antonia. Si sono abbracciati. Lui aveva paura di deluderla. Invece lei l'ha ringraziato. Piersilvio Berlusconi ha definito il film "un prodotto di cui siamo orgogliosi". Carrino non se l'aspettava: "Non ci posso credere", ha scritto su Instagram.

Adesso Carrino e la mamma di Carlo vogliono girare le scuole. Parlare ai ragazzi. "Mi sento responsabile di loro", dice lui. È questo il punto. Non serve la predica. Serve l'esempio. Carlo ce l'ha dato. Ora tocca a noi raccoglierlo.

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