Kit Harington e l'ombra di Carton: quando la redenzione costa tutto

LONDRA. Non ci sono draghi, né mura di ghiaccio. Solo nebbia, fango e il peso di una coscienza che non smette di presentare il conto. Kit Harington indossa di nuovo i panni d'epoca, ma la corona di Jon Snow è stata sostituita dalla toga logora di Sydney Carton, l'avvocato alcolizzato che Charles Dickens ha consegnato alla letteratura nel 1859. "Racconto di due città", miniserie in quattro puntate firmata MGM+ e approdata su Prime Video (gli ultimi due episodi dal 26 settembre), non è un omaggio in costume: è un'indagine spietata sulla possibilità di riscatto per chi ha bruciato ogni ponte.

Daniel West adatta, Richard Clark dirige. Il risultato è compatto, serrato come il romanzo — uno dei più brevi e nervosi di Dickens — e privo di concessioni al facile melodramma. Harington, 37 anni, lo sapeva prima di firmare: "Sydney Carton è una leggenda letteraria. Meraviglioso, acutissimo, anarchico, dipendente dall'alcol. Con addosso una gran fatica di vivere". La frase cade secca, senza posa. Poi l'attore aggiunge, con la concretezza di chi ha fatto i conti col proprio volto: "Io, nelle mie espressioni a riposo, ho una faccia molto triste. Credo sia per questo che mi capitano sempre personaggi come lui".

Non è autocommiserazione. È diagnosi. Carton non cerca simpatia: beve per non sentire, lavora per non pensare, osserva Charles Darnay (François Civil) — aristocratico francese, suo sosia per fattezze, opposto per destino — con la lucidità amara di chi riconosce in un altro la vita che avrebbe potuto avere. Lucie Manette (Mirren Mack) è la variabile imprevista: la luce che costringe l'ombra a prendere forma. "Attraverso di lei vede che nel mondo ci sono speranza, meraviglia, gioia. E questo gli dà una ragione per vivere e per fare le scelte che fa", spiega Harington. La scelta, singolare e irreversibile, è nota a chi ha letto il libro. La serie non la edulcora.

C'è un livello in più, e Harington lo coglie con la precisione del pragmatismo: i due volti speculari di Carton e Darnay sono le due anime di Dickens stesso. Nel 1859 lo scrittore, sposato con Catherine e padre di dieci figli, viveva una relazione clandestina con l'attrice diciottenne Ellen Ternan. Si separò dalla moglie, non convisse mai con l'amante. In quelle pagine ha scritto se stesso due volte: l'eroe idealizzato e il colpevole anarchico. "Una versione idealizzata ed eroica e una anarchica, vergognosa, colpevole", sintetizza l'attore.

La storia ha attraversato un secolo di schermi: tre film muti (1908, 1911, 1917), la trasposizione teatrale "The Only Way" (1925), una candidatura all'Oscar nel 1935, versioni nel '58, nell'80 con Chris Sarandon, nell'89 con James Wilby. Nessuna, finora, aveva affidato il peso del sacrificio finale a un volto che la malinconia la porta scritta nei tratti, non solo nella recitazione. Harington non interpreta Carton. Lo abita. E nel farlo, restituisce l'unica verità che il romanzo concede: la redenzione non è un lieto fine. È un debito pagato per intero, in una notte parigina, con la lama che scende e il silenzio che segue.

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