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Parole d'Autore

La felicità raccontata dal Leopardi

La felicità raccontata dal Leopardi

La felicità per il Leopardi non è altro che assenza di sofferenza e dolore, ed è a questa ricerca che si affanna l'uomo, come ricercasse cibo, nutrimento per il sé.

 

Tratto da lo Zibaldone:

“ La Natura non ci ha solamente dato il desiderio della felicità, ma il bisogno; vero bisogno come quel di cibarsi. Perché chi non possiede la felicità è infelice come chi non ha di che cibarsi, patisce la fame. Or questo bisogno ella ci ha dato senza la possibilità di soddisfarlo”.

 

Questa fame di felicità è però destinata a rimanere insaziata, perché ogni parvenza di felicità è illusione, inganno: un inganno di cui abbiamo bisogno, per sopravvivere.

La felicità non esiste. È solo una pia illusione dell'uomo da parte della Natura. L'unica cosa che l'uomo può fare è soffrire e condividere il proprio dolore insieme agli altri perché sia meno infelice.

Il genio di Leopardi descrive molto bene la società contemporanea, che propone la cultura della distrazione, dell’evasione e dell’assopimento dell’io. Ma, come scrive Leopardi, «solo chi non ha smesso di desiderare la propria felicità, può ancora volere la felicità altrui».

Per Leopardi la vita è dolore, quindi la felicità è una parentesi tra due dolori; la felicità non è dolore, quindi non è vita.

Gli uomini erano felici soltanto nell'era dell’oro perché vivevano in contatto con la natura. Successivamente interviene la ragione, che cerca di scoprire il vero, che distrugge tutte le illusioni umane e porta l’uomo all’ infelicità. Dunque solo in contatto con la natura l’uomo era felice mentre il progresso scientifico allontana l’uomo dalla natura e lo porta alla infelicità.

L’esigenza di felicità è la cosa più reale che esista, il motivo per cui ci alziamo ogni mattina, per cui facciamo ogni cosa. Il desiderio costituisce una promessa certa di risposta, si desidera, si attende ciò che c’è, ciò che ci è stato promesso ed è l’infinito che ci è stato promesso. E di questo possiamo fare esperienza… basta essere leali con ciò che la realtà ci suggerisce e non chiudere gli occhi, come purtroppo fanno tanti.

 

Aforismi del Leopardi sulla felicità tratti dallo Zibaldone.

L'infelicità nostra è una prova della nostra immortalità, considerandola per questo verso che i bruti e in certo modo tutti gli esseri della natura possono esser felici e sono, noi soli non siamo nè possiamo. Ora è cosa evidente che in tutto il nostro globo la cosa più nobile, e che è padrona del resto, anzi quello a cui servizio pare a mille segni incon-trastabili che sia fatto non dico il mondo ma certo la terra è l'uomo. E quindi è contro le leggi costanti che possiamo notare osservate dalla natura che l'essere principale non possa godere la perfezione del suo essere ch'è la felicità, sen-za la quale anzi è grave l'istesso essere cioè esistere, mentre i subalterni e senza paragone di minor pregio possono tutto ciò, e lo conseguono, il che è chiaro a mille segni e per le ragioni ancora indicate in un altro pensiero.

 

Di alcuni principi che si sieno uccisi per evitare qualche grande sventura o per non saperne sopportare qualcuna già sopraggiunta loro, si legge, come di Cleopatra Mitridate ec. e più, anzi forse solamente fra gli antichi. Ma di quelli che si sieno uccisi per le altre cagioni che producono ora il suicidio, come la malinconia l'amore ec. non si legge ch'io sappia in nessuna storia. Eppure lo scontento della vita e la noia e la disperazione dovrebb'essere tanto maggiore in loro [58]che negli altri, in quanto questi possono supporre se non colla ragione (la quale è ben persuasa del contrario) almeno coll'immaginazione (che non si persuade mai) che ci sia uno stato miglior del loro, ma quelli già nell'apice dell'umana felicità, trovandola vana anzi miserabilissima, non possono più ricorrere neppur col pensiero in nessun luogo, arrivati per così dire al confine e al muro, e quindi dovrebbono guardar questa vita come abitazione veramente orribile per ogni parte e disperata, se già i loro desideri non si volgono ai gradi e condizioni inferiori, ovvero a quei miserabili accrescimenti di felicità che un principe si può sognare, come conquiste ec.

 


  19  Ago  2015 ,
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