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La sofferenza che nasce da un bicchiere di latte

La sofferenza che nasce da un bicchiere di latte

Per ognuno il latte della propria specie è di beneficio, ma quello di altre specie è dannoso. (Ippocrate – 377 a.c.)

 

Andando al lavoro in bicicletta mi accorgo della tendenza delle persone a camminare sempre nel mezzo della ciclabile, del marciapiede o delle strade nel centro storico vietate alle auto… una sorta di egocentrismo innato che traspare anche dal modo d’incedere.

 

L’uomo è l’essere intelligente per eccellenza e tutto ruota attorno a lui: i suoi simili, gli altri esseri viventi, le risorse del pianeta… tutti creati apposta per le sue necessità, a completa disposizione.

La strada viene percorsa esclusivamente dal singolo, gli altri pedoni non esistono; quando parcheggia l’auto in tre spazi basta che ci stia la sua, il prossimo si arrangerà… il maiale serve per fare il prosciutto, la gallina fornisce le uova, manzi e vitelli la carne, la mucca invece il latte.

E’ così semplice! Vado al supermercato e acquisto quel che mi serve e di cui ho voglia. Qual è il problema?

In realtà la mucca, come tutti i mammiferi, produce il latte per nutrire il proprio vitellino:

è una forzatura mungerla tutto l’anno. Gli incroci hanno selezionato bovine che secernono un quantitativo di latte superiore di sei volte a quello che avviene in natura ma il corpo non è in grado di sopportare lo sforzo.

Quindi soffrono di mastite, una dolorosa infiammazione ai capezzoli, o di zoppia, un problema alle zampe causato dal peso eccessivo delle mammelle che sforzano la struttura osteo-articolare e dallo stare in piedi sul cemento che in natura non esiste.

La vita di una mucca è di circa venticinque anni: queste vengono mandate al macello dopo soli cinque in quanto non più produttive, trasportate su camion verso mattatoi a buon mercato perché lontani a cui giungono ferite anche in modo grave dato che non riescono a reggersi in piedi per lo sfinimento e il dolore agli arti.

Per produrre latte l’animale viene ingravidato artificialmente ogni anno e il vitello allontanato appena nato. La separazione è dolorosa perché l’istinto materno è molto forte e la mamma muggisce angosciata chiamando il vitello per giorni. Si racconta di una che fuggì percorrendo numerose miglia fino a raggiungere il piccolo venduto all’asta.

Ho osservato un video diffuso dalla televisione neozelandese e girato di nascosto da un’associazione, Safe Animal Advocacy. Non si trattava di un allevamento intensivo ma di una bella fattoria con pascoli all’aperto eppure quello che facevano era terribile.

Vitellini buttati su un carro come sacchi di spazzatura, mamme che muggivano correndo dietro disperate, cuccioli lasciati morire di fame o colpiti con sbarre agonizzanti a terra. Così come è nella norma abbandonare sul bordo della strada o nella letamaia i maschi di bufala che non servono a nulla.

Mi chiedo come riescono le persone del filmato a gettare con indifferenza dei piccoli su un carro o prenderli a bastonate. Come si fa a dire che sono solo animali e che non provano sentimenti? Che non ragionano, non parlano… e quindi non soffrono come noi?

Chiudo gli occhi e mi metto nei panni di una madre a cui strappano il figlio appena nato e di un figlio che non può sentire il contatto della mamma… i loro pensieri di tormento, le domande desolate che non otterranno risposta… come si fa a non percepirne la terribile sofferenza? Il dolore è uguale per tutti e colui che argomenta che chi si preoccupa per gli animali non ama le persone rivela un’aridità agghiacciante.

La vita è un bene che va rispettato sempre.

Gli interrogativi riportano alla mente le analoghe sensazioni provocate dalle immagini dei nazisti che separavano le famiglie ebree nei campi di concentramento portando via neonati e bambini piccoli. Anche qui la domanda è sempre la stessa: come possono le persone comportarsi in tal maniera e rimanere indifferenti al dolore altrui?

   Ho letto alcune pagine di Isaac Bashevis Singer, ebreo sopravvissuto ai campi di concentramento e Premio Nobel per la Letteratura nel 1978: diventò vegetariano sostenendo che uccidere animali e creare camere a gas fossero attività simili e che non ci sarebbe mai stata giustizia al mondo finché l’uomo avesse usato il suo potere contro i più deboli. Per lui ciò che i Nazisti avevano fatto agli Ebrei era la medesima azione che gli uomini stavano facendo agli animali.

Oggi sappiamo per certo che gli animali possono soffrire esattamente come gli esseri umani. Le loro emozioni e la loro sensibilità sono spesso più forti di quelle umane. Diversi filosofi e capi religiosi hanno cercato di convincere i loro discepoli e seguaci che gli animali non sono altro che macchine senz’anima, senza sentimenti. Chiunque però abbia vissuto con un animale – sia esso un cane, un uccello o persino un topo – sa che questa teoria è una sfacciata menzogna, inventata per giustificare la crudeltà.

Un altro ebreo sopravvissuto all’Olocausto, Steward David, esprime lo stesso concetto affermando che dolore, violenza e sofferenze non sono maggiormente accettabili se inflitte ad animali piuttosto che a persone innocenti.

 

Continuo a pensare agli umani che camminano occupando tutta la strada senza considerare chi sta dietro e deve transitare o parcheggia utilizzando più spazi,  ostacolando chi ha un passeggino o è su una carrozzina.

Eppure lo spazio è sufficiente per tutti… come se un atavico istinto di sopravvivenza fosse sempre presente in loro senza essersi evoluto in parallelo alla civilizzazione umana. Una sorta di Avidità innata che impedisce di godere il necessario portando a impossessarsi del “centro” senza riflettere…

 

Ci sarebbero meno bambini martiri se ci fossero meno animali torturati, meno vagoni piombati che trasportano alla morte le vittime di qualsiasi dittatura se non avessimo fatto l’abitudine ai furgoni dove gli animali agonizzano senza cibo e senz’acqua diretti al macello. (Marguerite Yourcenar)

Attenzione il video è molto crudo potrebbe non essere adatto alle persone sensibili.

 

 


  05  Ago  2017 ,
Paola Iotti

Paola Iotti

Scrittrice. Appassionata lettrice che si è trasformata in scrittrice grazie alla sensibilità degli animali a cui cerca di dare voce, come a persone e argomenti talvolta posti a margine dall'odierna società.

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