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Cultura

Cantando Genova con Fabrizio De André

Cantando Genova con Fabrizio De André

"Nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi..." (Fabrizio De André -La città vecchia)

Non poteva che essere Fabrizio De André a cantare la parte più autentica e viscerale di Genova: quella dei caruggi, dell'intrico di vicoli che si diramano alle spalle di quel porto da cui, in un tempo ormai lontano (ma si ricordi che i Genovesi non hanno mai smesso del tutto di partire, anche Faber lo fece), salpavano i mesti emigranti "cu'i cioi 'nt'i euggi" (da Fabrizio De André, Crêuza de mä) che diffusero uno dei più celebri testi della tradizione popolare della Città della Lanterna:


"Ma se ghe penso alôa mi vedo o mä".


Il Genovese è nostalgico della sua terra.

Anche quando, risiedendovi, è giunto ad odiarla. O per lo meno a concepire un profondo senso di delusione: lo stesso Fabrizio, in una nota intervista, spiega come questa madre snaturata ti porga la sua "tetta secca", da cui non sgorga alcuna linfa vitale, spingendoti lontano tuo malgrado. Sentirete mille volte, girando per la città, il mugugno cantilenato della sua gente; ma provate voi, che venite da fuori, a ripetere una sola di quelle parole, per quanto edulcorata: non otterrete risposte troppo gentili, perchè Genova puoi criticarla solo se sei Genovese. Perchè lo fai con una sorta di amore ruvido e frustrato, quanto profondo.

Il carattere chiuso e un po' ostico della città e dei suoi abitanti suscita reazioni contrastanti in chi vi giunge per la prima volta. Senza scomodare le lodi profferite da grandi Stranieri, da Goethe a Paul Valéry, che seppero apprezzarne l'arte e la bellezza, può anche suscitare uno stupore che in qualche modo respinge;

 

"Ma quella faccia un po'così
Quell'espressione un po'così
Che abbiamo noi
Mentre guardiamo Genova
Ed ogni volta l'annusiamo
E circospetti ci muoviamo
Un po'randagi ci sentiamo noi"
(Paolo Conte, Genova per noi)

 

I forestieri di Paolo Conte, che provengono dall'entroterra, non la comprendono. Giusto così: se non sei Genovese, puoi ammirare questa città, puoi anche innamorartene, apprezzare l'odore della salsedine e il profumo della focaccia; ma quanto a capirla fino in fondo, è fuori discussione.

Torniamo adesso al punto di partenza del nostro articolo:

la Genova di Fabrizio De André, che la conosceva palmo a palmo;

soprattutto aveva penetrato tutti i segreti del suo cuore, sia in senso spirituale che in quello toponomastico:

 

"Via del Campo c'è una graziosa
gli occhi grandi color di foglia
tutta notte sta sulla soglia
vende a tutti la stessa rosa.
Via del Campo c'è una bambina
con le labbra color rugiada
gli occhi grigi come la strada
nascon fiori dove cammina.
Via del Campo c'è una puttana
gli occhi grandi color di foglia
se di amarla ti vien la voglia
basta prenderla per la mano".

 

Quanto c'è, in questi versi, del centro storico più grande d'Europa?

La poesia, il degrado, i muri antichi consumati dall'umidità, la malavita, il vizio ma soprattutto una profondissima umanità, che sa di sale, come l'aria stessa.

 

In fin dei conti una cultura può esprimersi fino in fondo solo nella propria lingua madre; ecco perchè Faber non ha potuto che dipingere l'affresco più completo della sua città se non usando le tinte forti e sfumate del dialetto.

 

Crêuza de mä dice tutto già dal titolo: è stato tradotto "Stradina, stradicciola, mulattiera di mare"; ma in effetti la traduzione è approssimativa e insoddisfacente, perchè una crêuza è una crêuza e basta. Se la designi con un'altra parola la snaturi. A Genova anche chi non è aduso a parlare il dialetto non impiegherà mai altro vocabolo. Quindi non mi sento di tradurre i versi che riporterò: cercherò di riassumerne il significato, perché la poesia tradotta è "tradita".

 

 

Umbre de muri muri de mainé
dunde ne vegnì duve l’è ch’ané
da ‘n scitu duve a l’ûn-a a se mustra nûa
e a neutte a n’à puntou u cutellu ä gua
e a muntä l’àse gh’é restou Diu
u Diàu l’é in çë e u s’è gh’è faetu u nìu
ne sciurtìmmu da u mä pe sciugà e osse da u Dria
e a funtan-a di cumbi ‘nta cä de pria
E ‘nt’a cä de pria chi ghe saià
int’à cä du Dria che u nu l’è mainà
gente de Lûgan facce da mandillä
qui che du luassu preferiscian l’ä
figge de famiggia udù de bun
che ti peu ammiàle senza u gundun
E a ‘ste panse veue cose che daià
cose da beive, cose da mangiä
frittûa de pigneu giancu de Purtufin
çervelle de bae ‘nt’u meximu vin
lasagne da fiddià ai quattru tucchi
paciûgu in aegruduse de lévre de cuppi
E ‘nt’a barca du vin ghe naveghiemu ‘nsc’i scheuggi
emigranti du rìe cu’i cioi ‘nt’i euggi
finché u matin crescià da puéilu rechéugge
frè di ganeuffeni e dè figge
bacan d’a corda marsa d’aegua e de sä
che a ne liga e a ne porta ‘nte ‘na creuza de mä

 

Il marinaio, il navigante è da sempre il Genovese per antonomasia. Approda, cerca ristoro dopo un lungo girovagare tra le onde, vuole asciugarsi le ossa e riempirsi la pancia per sfuggire agli aspetti meno gentili della notte, ritrova la gente che popola le taverne, si mette a navigare tra le onde del vino. Queste vicende metatemporali, non collocate in un preciso momento storico, sono narrate in un genovese antico, ormai letterario ma puro e scevro da ogni corruzione linguistica.
Crêuza trascende il tempo, perchè anche una figura ormai scomparsa come pittima sembra ancora camminare "lungo le calate dei vecchi moli / in quell'aria spessa, carica di sale / gonfia d'odori"; eppure questi "esattori cortesi" per quanto inopportuni e appiccicosi sono stati ormai sostituiti da altri ben più violenti, si tratti di scagnozzi di usurai mafiosi o di Equitalia. E se nessuno a Pianderlino, alla Foce o in Carignano urla più insulti dietro alle prostitute in "libera uscita" ed esse non pagano più tasse per costruire "il molo nuovo", la mentalità borghese - provinciale di una città che adesso chiamano "metropolitana" non è cambiata poi di tanto.


Genova non muta.

Vi sono ancora tanti che vogliono tornare "a pösâ e osse dov’è a mæ madonnâ". Lo ha fatto anche Faber. Che dorme sulla sua collina, nel cimitero di Staglieno, senza "mai un pensiero / non all'amore, né al denaro / né al cielo" (Il suonatore Jones, che tanto gli assomigliava).

 

 (foto da osservatoriopregramsci.it, abnormalblog.wordpress.com, wikipedia.org)


  31  Ott  2016 ,
Sabrina Granotti

Sabrina Granotti

Sono insegnante e scrivo per diletto. Le mie passioni principali sono la Filosofia, la Storia e la Letteratura; tuttavia adoro anche le arti e la musica.   

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