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Essere e tempo: il risveglio della coscienza

Essere e tempo: il risveglio della coscienza

In Essere e tempo si trova un capitolo dal titolo:

L'attestazione da parte dell'Esserci di un poter essere autentico e la decisione, tra queste pagine scorrono fiumi di parole importanti sul tema della coscienza.

Il capitolo incomincia con l'analisi dell'alternativa dell'Esserci alla sua deiezione o al suo perdersi nel modo di vivere inautentico. Questa alternativa viene rintracciata in una vita autentica che permette al soggetto di ritrovare se stesso.

Il passaggio a questa dimensione consiste espressamente in una scelta dello stesso soggetto. La scelta è una decisione.

Del resto l'esistenzialismo non parla di scelte quotidiane sull'abito da indossare, cosa fare la sera, se comprare un nuovo capotto o meno. Le scelte a cui si riferisce l'esistenzialismo sono scelte radicali e scelte che stanno alla base dell'esistenza:

scelte come scegliere di scegliere o scegliere di non scegliere, oppure scegliere se stessi o non scegliere se stessi.

Si apre la dimensione della vita autentica una volta che si sceglie se stessi, che si sceglie di scegliere. Questo evento, dice Heidegger, è sempre in risposta ad una chiamata della coscienza.

La coscienza richiama a sé il soggetto, ma perché ciò avvenga bisogna che il chiasso della folla, del vivere quotidiano, si interrompa: che ci sia quasi un attimo di silenzio nel quale questa "voce" possa farsi sentire.

Heidegger, quindi, si cimenta in una analisi della coscienza come "voce", un'analisi che non può essere biologica, che non è nemmeno teologica e che non consiste nemmeno in una descrizione delle esperienze vissute. Si tratta di una dimensione esistenziale della coscienza che non era compresa nemmeno nella fenomenologia husserliana. Questa forma di coscienza come voce ha piuttosto un altro ruolo:

 

apre un'altra dimensione dell'esistenza all'Esserci.

L'apertura è una specie di risveglio.

L'intento critico di Heidegger si rivolge all'interpretazione quotidiana della coscienza come cattiva coscienza, come coscienza ammonente e critica. Sebbene egli non nega l'aspetto critico della coscienza, per Heidegger, questa concezione della coscienza misconosce una dimensione molto più profonda di essa. Anche se ci sembra di sentire la "voce" della coscienza solo una volta che noi abbiamo compiuto una certa azione e ci sembra che questa "voce" ci richiami solo all'errore commesso, a quella certa azione, in realtà la coscienza, secondo Heidegger, richiama a molto più addietro e la chiamata precede l'esser colpevole.

Il fenomeno quotidiano della coscienza rimproverante non esaurisce tutto l'ambito dello studio della coscienza. In realtà il fenomeno della colpa non va pensato semplicemente in senso morale:

noi siamo colpevoli perché siamo mancanti.

L'Esserci è le sue stesse possibilità, qualcosa che deve farsi, un progetto che non è semplicemente un piano sul futuro, perché esso è sempre in progetto. Noi quindi siamo sempre incompleti, ma non ci sarà mai veramente un momento in cui ultimeremo il nostro progetto. Questo momento finirebbe col coincidere con la morte.

Questa nostro non-essere nell'Esserci è comunque la premessa perché noi possiamo essere liberi, la premessa per l'apertura verso la possibilità. La possibilità pone le basi per la scelta e per la decisione. La scelta che, come dimensione, si dischiude nel vivere autentico, comporta l'angoscia di questo abisso e nulla che noi siamo. Ma affinché noi stessi possiamo accedere alla dimensione della scelta, noi stessi dobbiamo voler avere coscienza, dobbiamo volere noi stessi.

Questa dimensione della coscienza come "voce" apre le porte verso uno studio della coscienza in senso esistenziale, verso quella che alcuni chiamano: consapevolezza. Solo in questa dimensione si trova un vero e proprio prendere coscienza sul reale, cosa che manca effettivamente nelle altre.

Spesso quando parliamo di coscienza intendiamo semplicemente "l'essere coscienti di", che è sicuramente il modo più comune del darsi della coscienza. In questo senso la coscienza è principalmente attenzione e intenzionalità. Si parla di intenzionalità di un atto di coscienza in quanto è a proposito di qualcosa. Un atto di giudizio come "Giove è il più importante degli dei" è a proposito di Giove, una percezione di un albero è a proposito dell'albero.

 

Edmund Husserl

Edmund Husserl

Essere e tempo: il risveglio della coscienza

Di questa coscienza c ha scritto moltissimo, la sua fenomenologia è la scienza probabilmente più adatta per studiare la coscienza perché si attiene ad una prospettiva di prima persona. Tuttavia Husserl e gli altri fenomenologi spesso lasciano aperta la questione sulla natura di questa coscienza.

Oggi un filosofo australiano famoso come David Chalmers investiga sulla natura della coscienza e al momento crede che questa sia una dimensione della realtà esattamente come lo spazio e il tempo.

Questa teoria, secondo me, è molto plausibile, basterebbe pensare semplicemente che ogni stato mentale cosciente è cosciente in quanto intrinsecamente cosciente e quindi possiede quella dimensione della coscienza.

Tuttavia quel tipo di coscienza o modo di essere coscienti, evidentemente, non esaurisce tutto il campo di studio della coscienza. Prima di tutto rimane ancora il problema della coscienza come Io.

La psicoanalisi spesso ha detto che la coscienza non era altro che l'io. Posso certo pensare che l'autocoscienza sia, come la pensa Searle, una specie di prospettiva, ma questo mi permette solo di comprendere il fenomeno della soggettività. Vi è poi un altro problema: quello del soggetto.

Il soggetto è la nostra identità, il nostro carattere.

Questo soggetto è certamente in costante cambiamento, spesso è una costruzione della società o sociale, come vorrebbero filosofi come Althusser. Tuttavia il problema del soggetto sembra porre una coscienza non può ridursi solo ad una dimensione, infatti l'io non è come lo spazio o il tempo, ma è un ente particolare. Inoltre, come sostiene anche Dan Zahavi, ma la cosa è molto plausibile, una forma di soggettività esiste anche negli schizofrenici, in quanto loro vivono comunque delle esperienze di prima persona e anche loro hanno una prospettiva sul mondo, ma gli schizofrenici non hanno un io, ovvero mancano completamente del soggetto.

Quindi il problema della coscienza e dell'autocoscienza non sembra ridursi al piano della coscienza come dimensione della realtà.

Infine si aggiunge proprio questa stessa dimensione della coscienza di cui prima parlavo:

la coscienza come risveglio, come "voce".

In un certo senso si parla di una dimensione etica della coscienza che sicuramente possiamo constatare nel fenomeno della colpa, ma che, come ci spiega Heidegger, non si riduce a questo.

La coscienza come risveglio

è la coscienza come consapevolezza, una forma di coscienza esistenziale ancora poco studiata dai filosofi attuali.

Eppure è questa dimensione che apre le porte al cambiamento.

Il cambiamento presuppone una presa di coscienza. Non si può separare questa forma di coscienza dal problema politico, dal problema classico della schiavitù e della libertà.

Le migliori rivoluzioni di questo mondo non potrebbero che essere un prodotto anche questa dimensione della coscienza, di una qualche forma di risveglio, un risveglio che non si riduce semplicemente ad un incremento della facoltà dell'attenzione, ma coinvolge qualcosa di molto più profondo.

Questo di cui ho parlato potrebbe essere almeno un terzo motivo per rileggere Essere e tempo e ripartire dai suoi problemi, noi che di risveglio di coscienza, nella nostra situazione politica attuale, abbiamo tanto bisogno.

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Dario Currado

Dario Currado 

Laureato in filosofia presso l'università di Torino, scrivo di filosofia sul mio personale blog: La filosofia dell'Uno e su altri siti come CaffèBook e Filosofia Blog.

Diverso tempo fa avevo concluso un testo, ora pubblicato in pdf sulla mia pagina di Accademia.edu, dal titolo: La filosofia dell'Uno. Quello scritto appartiene al mio passato oramai, quello che faccio oggi è fare di meglio, meglio di quello che ho fatto allora, costruire del nuovo. 

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