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Cultura

L'origine della ricchezza: ovvero come si diventa ricchi

L'origine della ricchezza: ovvero come si diventa ricchi

 

«Industrializzazione nella letteratura. Su Scribe. "Prendendosi gioco degli uomini d'affari e dei grandi industriali, carpì loro il segreto del successo. Al suo sguardo acuto non sfuggì che ogni ricchezza si fonda in ultima analisi sull'arte di far lavorare gli altri per noi; così egli, genio precursore, trapiantò il principio della divisione del lavoro dai laboratori dei sarti di moda, degli ebanisti, dei fabbricanti di molle d'acciaio negli atelier d'arte drammatica, dove gli attori, prima di questa riforma, con una testa e una penna non guadagnavano più del magro salario di un singolo operaio.

   

 

    Tutta una generazione di geni teatrali gli deve addestramento, formazione, buoni guadagni, non di rado perfino ricchezza e notorietà. Scribe sceglieva l'argomento ordinava la trama nelle sue linee generali, fissava gli effetti e le uscite brillanti, mentre i suoi allievi si occupavano del dialogo o dei versi. Se facevano dei progressi, il giusto compenso era la citazione del loro nome (accanto a quello della ditta) nei titoli; finché i migliori si emancipavano e cominciavano a produrre lavori teatrali in proprio, circondandosi magari a loro volta di nuovi aiutanti. Così, non senza la protezione delle leggi della stampa francese, Scribe divenne multimilionario." (Fr. Kreyßig, studien zur französischen Cultur- und Literaturgeschichte, Berlin 1865 (pp. 56-57).» (Walter Benjamin, Passages)

 

Eugène Scribe, drammaturgo e scrittore, compositore della bellezza di 500 lavori tra commedie, drammi e libretti d'opera, fondatore del Théâtre du Gymnase-Dramatique nel 1820, dopo tutti i suoi successi teatrali spiega il segreto dell'origine della ricchezza:far lavorare gli altri per te. Già! 

Non è sempre stata questa l'origine della ricchezza?

Ma non è forse questo che dovrebbe denunciare la sua sporca origine?

Scribe si accorge che ogni scrittore facendo tutto di sua penna guadagnava appena poco, forse quel che gli bastava per riprodurre la forza lavoro. Scribe allora ha l'idea! Ma che idea? Quell'idea capitalistica della divisione del lavoro, così che nessuno possa fare tutto da sé e tutti lavorino con il proprio compito specifico per uno solo, lui stesso: Scribe.

Così tutti ignari  pensano di lavorare per il proprio salario, ma di fatto non stanno facendo altro che arricchire il proprio nuovo padrone. Voglio fare una breve storia dell'economia politica moderna per spiegare meglio i concetti che sto usando in questo momento.

   Il primo protagonista della storia dell'economia politica moderna: Adam Smith.

Smith affermava che il lavoro genera ricchezza, che questa ricchezza o prodotto del lavoro può aumentare più aumenta la stessa divisione del lavoro, proprio perché tre lavoratori che collaborano per produrre un paio di scarpe, facendo ognuno una sua parte, sono più produttivi di tre lavoratori che fanno le scarpe da soli.

Smith sosteneva che un operaio di un paese ricco come poteva esserlo l'Inghilterra dei suoi tempi era sicuramente più ricco del re di chissà quale popolo selvaggio dell'oriente, in quanto il primo proprio grazie alla divisione del lavoro vive con molti più agi: non ha certo bisogno di fabbricarsi la casa, di coltivare la terra, cucire i suoi vestiti, deve solo fabbricare scarpe e per giunta magari solo sistemare dei lacci.

Sorge una domanda: chi gode davvero della ricchezza che l'operaio produce nella sua fabbrica?

Non è certo l'operaio, il quale guadagna quel che gli serve a vivere, ma lo stesso capitalista. E Adam Smith diceva anche: c'è un prezzo naturale e un prezzo corrente delle merci, ma le merci tendono sempre al loro prezzo naturale e così vale per i salari, nel senso che alla fine il salario è sempre quel minimo che serve a sopravvivere.

Smith distingueva un "lavoro comandato" da un "lavoro contenuto", in questa distinzione sembra aver individuato l'origine del profitto a partire dalla differenza tra questi due tipi di lavoro, come se appunto il lavoratore producesse di più di quanto serve semplicemente per riprodurre la sua forza lavoro.

Successivamente a Smith possiamo inserire in questa brevissima storia dell'economia politica moderna un altro protagonista: David Ricardo.

    Ricardo ha creato una singolare teoria sul valore-lavoro, una teoria che si è rivelata completamente fallita perché non è riuscita a rispondere davvero ai problemi posti. Ricardo sostiene che il prezzo di una merce sia dato dal lavoro che in esso è contenuto, questo lavoro da un lato è quello compiuto per ricavare materie prime, dall'altro è il lavoro compiuto su queste materie prime per dare origine ad una certa merce con un dato prezzo.

La merce si scambia con il lavoro, due merci che hanno lo stesso lavoro contenuto hanno teoricamente lo stesso valore. Come determinare però questo lavoro?

Si dovrebbe presupporre una ipotetica merce la cui fabbricazione richieda la stessa quantità di lavoro, ma questa merce non esiste. Non è chiaro nemmeno come si possa determinare il profitto a partire da una tale teoria, ma sembra che Ricardo cerchi di concepire il profitto in termini puramente fisici, a partire dal grano.

Dopo tutto l'idea di Ricardo è che il saggio di profitto in agricoltura determini il saggio di profitto in ogni altro settore. Ricardo non fa differenza tra due forme di lavoro come ha fatto Smith, per questo esiste nella sua teoria, si potrebbe dire, solo un lavoro contenuto ed è forse proprio questo il problema di Ricardo.

   Allora veniamo al nostro ultimo personaggio in sequenza: Karl Marx.

È proprio Karl Marx che ha spiegato nel Capitale in che modo facendo lavorare gli altri per noi saremmo diventati ricchi, questo modo si chiama: sfruttamento.

Si tratta solo di fare una sintesi di quello che è stato detto prima, Ricardo afferma che solo il lavoro crea valore, Smith dice che il lavoro genera ricchezza e che il lavoro comandato è sempre più di quello contenuto. Il problema, secondo me, parte sempre dalla determinazione del prezzo. Nel prezzo si dovrebbe tenere conto dei costi, dei profitti e capire da cosa dipendono questi elementi.

 

Oggi nel marketing si parla di tre modi di determinare un prezzo: si può determinare il prezzo in base ai costi, oppure guardando alla concorrenza e cercando di stare in una certa fascia di mercato, si può farlo anche in base al potere d'acquisto di chi vive in un certo luogo.

In ogni caso tutto deve bastare per pagare i lavoratori e dare profitto al capitalista, quindi il problema nelle altre due determinazioni del prezzo rimane del tutto uguale.

Marx distingue un capitale costante e un capitale variabile, il capitale costante è composto dalle materie prime e dal costo dei vari macchinari, il capitale variabile è composto dai vari lavoratori. Se il prezzo è la somma di queste due cose, ovvero dei costi di materie prime e dei macchinari, più il costo dei salari, donde il profitto?

Pensare di vendere qualcosa ad un prezzo più alto dei suoi costi è usura, questa tecnica è vecchissima, basti pensare ai mercanti che compravano merci dal nuovo mondo e le vendevano a prezzi più alti in Europa; non servono i costi di trasporto a giustificare l'aumento di quel prezzo.

Oggi il concetto di premium price rivela un usura, come nel caso di un tablet che in Cina costa l'equivalente di 150 euro e viene venduto qui a 700 (qui non centrano nulla i lavoratori cinesi sfruttati, perché tutto questo è compreso nei 150).

Marx cerca di riprendere l'idea di Smith, adottata successivamente dallo stesso Malthus, della differenza tra "lavoro comandato" e "lavoro contenuto". Il profitto dipende cioè dal capitale variabile.

L'idea di Marx è che il lavoro sia misurabile in base al tempo, che persino il salario a cottimo, quello cioè che non è basato sul tempo, ma sul numero di merci prodotte, deve essere riportato allo schema del salario a tempo. In questo senso ci sarà un lavoro vivo e una forza lavoro, il lavoro vivo sarà sempre maggiore della forza lavoro, perché la forza lavoro corrisponde a quel tempo necessario per il lavoratore a conquistarsi quel salario che gli permette di riprodurre la sua stessa forza lavoro, questo si dice lavoro necessario.

Allora il lavoro vivo implica un pluslavoro che è un tempo di lavoro non pagato al lavoratore in cui lo stesso lavoratore lavora per il profitto del capitalista. Dal punto di vista del prezzo della merce il pluslavoro corrisponde ad un plusvalore, l'idea cioè che l'aumento di un prezzo possa dipendere solo da una valorizzazione della merce fatta dal lavoro stesso compiuto su questa merce e il pluslavoro è quella parte di lavoro non pagato.

Marx credeva proprio che la ricchezza del capitalista dipendesse dal lavoro dei suoi operai per lui, in particolare da tutte quelle ore non pagate. Questo fenomeno chiaramente genera il ben noto conflitto tra capitalista e proletariato per cui il capitalista cerca il più possibile di estendere il pluslavoro per guadagnare sempre più profitti, mentre il proletariato vorrebbe i suoi salari aumentati, quindi un tempo necessario di lavoro più lungo.

Marx inoltre aveva notato che la divisione del lavoro aveva sì prodotto l'asservimento di molti lavoratori ad un solo padrone, lavoratori che compiendo azioni meccaniche ora sono facilmente sostituibili da macchine, ma aveva anche creato una forza lavoro in più non pagata. Infatti più lavoratori insieme producono di più che da soli, tuttavia i lavoratori vengono sempre pagati come se lavorassero da soli. È questo meccanismo che sarà sempre più messo in risalto da Marx e dai marxisti per mostrare come la ricchezza nel capitalismo nasca dallo sfruttamento.

Non vi  parlo del problema dell'alienazione al momento e tanto meno di quello del feticismo della merce, i soli punti di cui ho parlato ci erano di interesse unicamente per comprendere come nell'ambito del puro lavoro si diventi ricchi facendo lavorare gli altri per sé e come questo ovviamente sia un ingiustizia.

 

A questo punto non ci resta che seguire una strada già tracciata, quella stessa strada dell'origine della ricchezza dal far lavorare gli altri per sé.

  Su questa strada ci imbattiamo in un economista spinozista francese: Frédéric Lordon. Le relazioni economiche sono relazioni di interesse, Smith era convinto che la società cominciasse con lo scambio, quando l'arciere si rende conto che campa molto meglio costruendo e vendendo archi, piuttosto che cacciando selvaggina con essi.

Da un punto di vista spinozista, ci fa vedere lo stesso Lordon, questo interesse può essere visto col concetto che Spinoza chiama: conatus. Il conatus è il desiderio, ma è in primo luogo lo sforzo di ognuno di preservare nel suo essere.

Spinoza fa cominciare la società da una nuova sperimentazione umana: gli uomini nello stato di natura, tutti perseguendo ognuno il proprio interesse egoista, si trovano ad essere in conflitto l'uno con l'altro e allora in quel momento comprendono con ragione che gli è molto più utile unire le potenze in una sola potenza sovrana e vivere in una società, creando uno Stato democratico dove tutti possono in qualche modo, osservando le leggi, soddisfare i propri istinti e desideri.

Il conatus nella società pensata da Spinoza trova un'altra destinazione e l'uomo può dirsi davvero libero. Tuttavia il capitalismo con la sua concorrenza spietata sembra aver fatto del mercato e della società una specie di giungla. Uno dei problemi potrebbe essere sicuramente il fatto che il legame sociale si è pensato solo su base economica e non su altro, ma sicuramente il problema di fondo è questa violenza che non è fisica, ma non per questo è meno letale, violenza che sta dietro il fatto che siamo in una società della lotta concorrenziale di tutti contro tutti e quando diventi povero non sai più a chi appellarti, sei semplicemente il rifiuto di questa società.

Lordon ci interessa per le sue considerazioni sul conatus all'interno dell'ambito economico, in particolare per la sua terminologia. Lordon distingue infatti un desiderio di fare, da un desiderio di far fare. Desiderare di far fare è lo stesso di desiderare che gli altri facciano per noi, che lavorino per noi.

Com'è che accade questo? Cioè com'è che accade che ci sono sempre lavoratori che non hanno altra scelta se non quella di essere sfruttati e capitalisti che si arricchiscono sulla loro miseria?

Lordon spiega tutto, lo fa a partire dalla terminologia spinozista, ma si tratta di un vero montaggio del desiderio. Spieghiamo meglio dunque Spinoza: il conatus è desiderio, quando il desiderio incontra il suo oggetto si contrae e forma degli affetti, nel senso che si generano in lui letizia o tristizia.

Gli oggetti sono desiderati in quanto hanno un valore, ma le cose non hanno un valore in sé, piuttosto è lo stesso desiderio che pone un valore nelle cose in quanto le desidera. Quello che è successo nel capitalismo, come nota lo stesso Marx è che il denaro è diventato la merce per eccellenza, il mezzo di accesso per ogni altra merce.

Il valore d'uso non si distingue più dal valore di scambio delle cose, cioè dal loro prezzo. Quindi si può dire generalmente che chiunque voglia avere accesso alle merci non può averlo se non procurandosi denaro. Questo significa che se noi desideriamo le merci, non possiamo che procurarcele che col denaro e perciò desidereremo avere denaro, non c'è altra via di scampo.

Per procurarci denaro, in questa società, non esiste altro modo che lavorare, allora noi che desideriamo avere denaro desidereremo avere un lavoro. Possiamo avere un lavoro chiaramente solo se c'è domanda, possiamo averlo solo da un capitalista che ha aperto un'azienda e cerca nuovi collaboratori.

Questo capitalista ha un grande desiderio di far fare, far fare ad altri e prendere i guadagni da loro. Questi altri non hanno molta altra scelta, nel sistema capitalista sembra che non gli resti che come unica possibilità quella di allineare il proprio desiderio a quello che Lordon chiama il desiderio padrone, il desiderio cioè dello stesso capitalista.

 

Tutto questo discorso potrebbe sembrarci strano, dopo tutto noi potremmo pensare che la povertà non è sistematica nel capitalismo, che si tratta solo del fatto che i salari sono bassi, ma noi siamo comunque una società opulenta in declino.

Il discorso di Lordon è importante proprio in questo senso: ci ricorda sempre la povertà di fondo della nostra società. La crisi la sta facendo emergere, il capitalista ha sempre interesse a pagare il meno possibile i suoi lavoratori, ma il boom economico degli anni 60', quella società dei grandi consumi per quel che è durata poteva essere forse solo l'esito di un America che aveva tutta l'intenzione di fare tutto il possibile affinché i nostri paesi non passassero all'U.R.S.S.: ecco il perché degli aiuti e tutto il resto.

I veri problemi sono cominciati dopo il 1989, con la vittoria mondiale del capitalismo, con la globalizzazione e tutto il resto. I consumi, come pensava del resto lo stesso Malthus, dipendono dai salari e non dai risparmi dei capitalisti.

I capitalisti trasferiscono la produzione all'estero perché là il lavoro costa meno e poi pretendono di vendere i prodotti qui da noi dove non esiste più nemmeno l'ombra del lavoro, ovviamente nessuno comprerà quei prodotti perché nessuno ha i soldi per farlo. Così il sistema si deve inceppare per forza di cosa, ma quando il sistema si inceppa il capitalismo ha sempre il suo trucco per far tornare la crescita, il trucco di Milton Friedman: la guerra.

Un bombardamento totale, oltre ad uccidere e distrugge ogni cosa, ha i suoi vantaggi economici perché quando si deve ricostruire tutto c'è bisogno di tanta manodopera e i costi sono bassi, così dice Friedman. Se questo sistema in cui viviamo si incepperà davvero, come sembra, allora dovremmo prepararci alla guerra, ma se questo accadrà davvero dipenderà tutto da noi, perché c'è guerra solo se ci sono degli eserciti disposti a combatterla. Non parliamo poi di tutti i modi che hanno i capitalisti di arricchirsi con la guerra e l'industria militare.

 

A questo punto mi si può rivolgere un'obbiezione: la ricchezza oggi non viene solo dal lavoro, nel senso del far lavorare gli altri per sé, ma può avere molte altre fonti, come ad esempio le azioni, gli immobili e così via.

   Per questo, da questo momento in poi, comincerò a parlare di uno scrittore di libri sul tema della ricchezza forse tra i più conosciuti al mondo: Robert Kiyosaki.

Robert Kiyosaki sostiene che tutti possono diventare ricchi, che questa economia neoliberale da davvero l'opportunità a tutti di diventarlo e che per diventarlo si deve rischiare.

Solo un'azienda su dieci ce la fa, ma questo non significa che dobbiamo mollare, significa che dobbiamo farci un buon piano che comprenda dieci tentativi possibili per riuscire almeno al decimo.

 

 

 

   L'idea che tutti possono diventare ricchi non coincide con l'idea di una nazione di uomini che vivono nel lusso, si tratta, invece,  dell'american dream. Come nota lo stesso Kurt Vonnegut nel romanzo "Mattatoio n.5" in America non esiste una cultura dei poveri, i poveri non hanno coscienza di classe per dirla con Marx, pensano che la povertà sia una colpa e questo accade facilmente perché si ha l'idea che chiunque può diventare ricco allo stesso modo, perciò se non sei ricco sei uno stupido.

(Kurt Vonnegut romanzo:  Mattatoio n. 5)

Questo è il vero effetto che produce il sogno americano, dopo tutto dire che tutti possono diventare ricchi, in questo caso, non significa che lo diventano contemporaneamente, ma solo che alcuni lo diventeranno e questo sempre a patto che qualcun altro non lo diventi.

Quando Kiyosaky spiega il metodo per diventare ricchi dice chiaramente che questo consiste nell'usare il tempo e i soldi degli altri, ma mai i propri. Se si fa un'indagine su cosa intenda per "tempo degli altri" si scopre che intende proprio il tempo dei lavoratori di una determinata azienda, cioè sta dicendo che per diventare ricchi bisogna far lavorare gli altri per sé.

Con l'espressione: "usare i soldi degli altri" Robert Kiyosaki intende usare i soldi delle banche, prendere in prestito dei soldi per investirli in attivi. Kiyosaki distingue due tipi di debito: un debito negativo e un debito positivo.

Il debito negativo è esattamente quello che ha fatto scoppiare la nostra crisi si potrebbe dire, o almeno, in particolare per quello che è successo in America, i mutui subprime. Quando fai un prestito per investire su un passivo, compri il passivo e poi devi pagare anche i tassi di interesse per il prestito. Quando chiedi un prestito dai in pegno qualcosa, ma se non hai soldi per ripagare le banche, quel qualcosa se lo tengono, ti tolgono anche la casa appena comprata e tu rimani in mezzo alla strada. Questi mutui li avevano sottoscritti senza che si fossero tanto curati che poi i clienti fossero davvero in grado di pagarli. Quello che conta in tutto questo è il rapporto tra entrate ed uscite, se esce più denaro di quanto entra, allora c'è qualcosa che non torna.

Il debito positivo di cui parla Kiyosaki è dato dalla debt equity, il rapporto tra le entrate e i vari costi, se la debt equity è positiva, cioè se si guadagnano più soldi di quanti sono i costi, il debito è positivo. In questo modo si dormono sonni tranquilli anche se si ha una montagna di debiti. L'idea di Kiyosaki è questa: tu vai in banca, presumibilmente devi avere buone credenziali e un buon curriculum, chiedi un prestito in denaro, per es. 1 milione di dollari, lo investi in un condominio e metti un po' alla volta tutti gli appartamenti del condominio in affitto.

Così lui è diventato ricco, cioè è diventato ricco investendo in immobili, non è andato chiaramente subito in una banca a chiedere 1 milione di dollari, ma un po' alla volta è riuscito ad arrivare fino ad ottenere dei prestiti statali senza pegno.

Quando descrive questo suo modo di arricchirsi non esclude una certa terminologia da capitalista che si spaccia per buon samaritano, cioè dice che quando sono stati compranti tanti immobili si possono abbassare i prezzi di modo che gli appartamenti siano più accessibili ai poveri, dice anche che lo Stato gli ha imprestato quei soldi perché migliorasse le condizioni di certi edifici di quartieri poveri e così via.

È ovvio però che, per esempio per quanto riguarda la questione dell'abbassamento dei prezzi, non si tratta di generosità, come lui crede o vuole far credere, ma di economia di scala, che viene usata per aumentare i profitti: vendere di più a di meno, piuttosto che vendere meno a prezzi più alti.

 

Per diventare ricchi si può anche investire in azioni o in obbligazioni, non c'è dubbio, Kiyosaki non esclude questo punto, anche se consiglia di più il reddito da portafoglio: immobili e royalty o simili. In quel caso basterà trovarsi un consulente di fiducia  e studiare bene il mercato finanziario per investire, ad esempio seguire quei fatidici seminari da 5000 dollari di 3 giorni che lui tanto consiglia.

È pieno di gente che specula nel mondo della borsa, ma questo ha creato un mondo di predatori che seguono una legge del "mordi e fuggi", comprano e vendono azioni di ogni tipo, sono la stessa ricchezza che si sposta con un "click" e adesso che ci sono le dark pool in un certo senso tutto questo può avvenire anche in completo segreto.

Come se la ricchezza di una nazione, per tornare al titolo dell'opera di Smith, non fosse più della nazione, ma le nazioni e i loro destini dipendessero da società per azioni o società di investimento, per es. la Black Rock.

Non c'è nulla di positivo in questo modo di arricchirsi, la borsa ha trasformato l'economia in un casinò senza certezze.

Ovviamente Kiyosaki ha il suo metodo: diversificare gli investimenti, usare più leve, imparare dai maestri: David Rockfeller, George Soros, Warren Buffet, fare un piano accurato che comprenda già i possibili fallimenti. I personaggi a cui si riferisce non sono proprio per nulla dei modelli di giustizia, si potrebbe dire.

Buffet lo ha detto: la lotta di classe esiste! L'abbiamo vinta noi ricchi!

È questa affermazione che dovrebbe far riflettere, più che cercare in Buffet qualche trucco segreto per diventare come lui. La stessa affermazione fa cadere tutte le possibilità che in questa società davvero chiunque possa diventare ricco.

 

Certamente rimane ancora un metodo per diventare ricchi: usare i diritti di autore, fare soldi con le royalty.

Ad esempio la sapete la storia dei post-it? Sembra che un uomo che apparteneva ad un coro avesse il problema che quando teneva il libro dei canti in mano gli cadevano i segnalibri per terra, allora ebbe l'idea: dei foglietti con una parte impregnata di colla non sarebbero più caduti e così nasce il prodotto.

Molto probabilmente lui ha brevettato il prodotto ed è riuscito successivamente a guadagnare davvero una fortuna. Colpo di fortuna? Forse no, oramai è pieno di libri che spiegano delle semplici tecniche per ottenere questi risultati.

Per esempio: si prende un oggetto e si pensa a 10 cose che si potrebbero fare con quell'oggetto, si scrivono e il giorno dopo da capo con lo stesso oggetto e altre dieci cose. Se prendo una penna penserò a 10 cose che si possono fare con la penna: scrivere, lanciarla contro un tira segni, usarla per legare i capelli, come segnalibro, come sostegno di qualcosa, ecc...

Il giorno dopo si trovano altri dieci utilizzi e questo solo per esercitare la nostra immaginazione, perché magari un giorno a seguito di questo esercizio ci verrà in mente un'idea geniale come quella dei post-it.

Rimane qui da chiedersi solo se sia giusto anziché mettere al servizio della società la propria intelligenza, usarla per farci soldi.

Ma allora la ricchezza è un male perché ci si diventa ricchi solo alle spalle degli altri?

Beh no, in questo sistema le cose funzionano così, ma quello che ci insegna la filosofia è a non essere fatalisti, superare sempre il reale e pensare il nuovo. Non esiste, tra i sistemi possibili, solo quello in cui noi viviamo. Secondo un rapporto dell'Oxfam, sembra che l'1% della popolazione mondiale abbia una ricchezza pari a 110.000 miliardi di dollari che è pari a 65 volte la ricchezza della metà della popolazione più povera del mondo.

Siamo a dei livelli incredibili di disuguaglianza, la maggior parte delle ricchezze della terra le possiede l'1% della popolazione mondiale, Buffet e Soros, fanno parte di questi. Questa ricchezza è talmente elevata che sembra quasi incalcolabile, che cosa succederebbe se fosse davvero distribuita in parti uguali? Quanti soldi ne ricaverebbero i singoli?.

 

Di fronte alla situazione attuale sembra che ci siano solo due vie d'uscita: una distribuzione maggiore del denaro e delle ricchezze, oppure la cancellazione del denaro e della proprietà privata. In tutta la tradizione della filosofia politica si afferma che la giustizia consiste nel dare a ciascuno il suo, ovviamente poi si deve stabilire in base a cosa dare una certa quantità, si può dividere in parti uguali, oppure secondo i meriti e così via.

Nella prima soluzione, perché avvenga davvero una buona distribuzione delle ricchezze ci vorrebbe un ente che si occupasse di questa cosa. Se ci fossero dieci uomini attorno ad un tavolo pieno d'oro e di denaro che dovessero decidere come spartirsi quel denaro, se non ci fosse qualcuno che si occupa di questo anteponendosi agli interessi particolari, tutti lotterebbero per il bottino.

Una distribuzione migliore delle ricchezze potrebbe richiedere un buon Stato.

La differenza di questo Stato rispetto a quello in cui viviamo, è che non dovrebbe essere semplicemente garante della proprietà privata di ognuno che già possiede, altrimenti questo Stato assume le differenze di classe e le difende così come sono, lasciando l'economia a se stessa.

Questo Stato dovrebbe in questo senso intervenire nell'economia, non avrebbe altra scelta, se non vuole lasciare le cose al caso o lasciare che tutto si accumuli nelle mani di pochi. L'economia pianificata da Keynes in poi ha lasciato tutte le sue problematiche, basti pensare alla critica del capitalismo di Stato di Pollock e la scuola di Francoforte, l'idea di una ragione strumentale, come ragione centrale burocratica che trasforma tutto il calcolo e totalizza il suo dominio.

Il capitalismo di Stato lascia ancora intatte le contraddizioni del capitalismo stesso, semplicemente fa di ogni questione economica una questione politica e trova nel calcolo un modo di prevenire le crisi economiche. Allora qui si deve cercare un altro modello di riferimento per questo problema, un modello che difficilmente può essere attualizzato o anche solo attuale, ma che può essere utile per pensare nella direzione di una distribuzione delle ricchezze migliore, parlo dell'opera: Lo Stato commerciale chiuso di Fichte.

   Questo libro Fichte parla di una società fondata sul lavoro, di uno Stato che da davvero a ciascuno il suo, nel senso che garantisce l'attività di ognuno come fonte della propria proprietà e che nello stesso tempo pianifica l'interna economia secondo un calcolo mirato. Tutti lavorano, la proprietà viene dal lavoro, tutti devono lavorare, ma il lavoro deve essere sempre più tale che si impieghi il meno sforzo possibile.

Fichte divide la società in tre classi: produttori, artigiani e commercianti. Pensa il numero di membri per classe attraverso un calcolo preciso, per esempio dice partendo dai produttori se più produttori producono più di quel che serve a loro stessi, in base a questa eccedenza si possono calcolare secondo i bisogni le persone che saranno artigiane e quelle che saranno commercianti.

Così anche per i prezzi si può dire che questi sono stabiliti in primo luogo a partire dal grano, il grano è preso da Fichte come la merce più essenziale perché serve alla vita, dal fatto che il grano ha un certo valore nutritivo si dà un certo prezzo e rispetto a questo stesso valore si stabiliscono i prezzi degli altri alimenti.

Quello che è interessante nel testo di Fichte è quando comincia a parlare del problema dello stesso denaro. Fichte afferma che il denaro non ha valore in sé, ma è la forma della merce, quindi prezzo.

Finché il bisogno di denaro è presupposto, i prezzi sono fatti dallo stesso mercato e quindi non calcolati dallo Stato. Lo Stato calcola le merci da produrre e il fabbisogno, queste merci sono rappresentate dallo stesso denaro, il denaro è il medio per lo scambio delle merci.

Fichte dunque dice: "Die ganze Summe des ciculierenden Geldes repräsentirt die ganze in dem öffentlichen Verkehr befindliche Summe der Waare" (la somma totale del denaro circolante rappresenta la somma situata nell'aperta circolazione delle merci). Più avanti dice anche: "Wie reich einer sey, hängt gar nicht davon ab, wie viele Stücke Geldes, sondern davon, den wievielsten Theil alles circulirenden Geldes er besitze." (Quanto ricco uno sia, non dipende dalla quantità di carta moneta, ma dalla percentuale che lui possiede del denaro circolante.)

Non si tratta quindi tanto del denaro posseduto come carta moneta, ma della quota di denaro circolante che uno ha. Se il denaro circolante è diviso in parti uguali, allora quando questo aumenta, aumenta il denaro di ogni singola parte, se c'è arricchimento economico della società, tutti si arricchiscono contemporaneamente. 

L'altra soluzione potrebbe essere quella di eliminare proprio il denaro, cioè, se, come dice Marx, il denaro nel capitalismo è diventato lo stesso valore di scambio, cioè non avrebbe molto senso distinguere il denaro dagli stessi prezzi, allora cancellare il denaro significa cancellare la proprietà privata, il denaro come forma merce.

L'idea è il comunismo, la fabbrica che diventa res publica, come afferma Lordon. Far lavorare gli altri per sé e pensare di trarne profitto, direbbe Marx, può accadere solo in una società dove i mezzi di produzione sono separati dagli stessi produttori, ma questo non accade o non accadrebbe se i mezzi di produzione fossero davvero di tutti.

 

Non è che abbia in mente, in questo preciso momento uno schema ben delineato, quel che voglio dire è che per superare il problema della disuguaglianza, nel senso della non equa distribuzione delle ricchezze, ci sono solo due vie: o una distribuzione equa del denaro, che forse potrebbe anche far sperare ad una società dove davvero tutti vivono nell'agio; oppure la cancellazione del denaro stesso con la conseguente cancellazione della proprietà privata, cioè non un tornare al baratto, ma dare luogo ad una forma di comunismo dei beni, dire finalmente che le cose sono di tutti, ma davvero di tutti.

 

 

 

 (foto da wikipedia.org, 


  09  Mag  2016 ,
Dario Currado

Dario Currado 

Laureato in filosofia presso l'università di Torino, scrivo di filosofia sul mio personale blog: La filosofia dell'Uno e su altri siti come CaffèBook e Filosofia Blog.

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