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Società

Festa dell'8 marzo: per i diritti che mancano

Festa dell'8 marzo: per i diritti che mancano

Otto marzo: Giornata Internazionale della donna, definita comunemente Festa della donna.

Non metterò in queste righe né il facile sarcasmo verso la piega consumistico-superficiale che talvolta prende, effettivamente, la celebrazione di questa giornata, né il discorso un po' disfattista (anche se comprensibile) che sostiene l'inutilità di celebrare la donna un solo giorno all'anno, se poi tutti gli altri giorni (ma anche l'8 marzo, molto spesso) i diritti di moltissime donne vengono calpestati come nulla fosse.

 

No, vorrei partire semplicemente dai fatti (comunque non sempre identificati in modo univoco) che hanno condotto a dedicare una giornata alle donne e chiedermi che valore, questa giornata, può e dovrebbe avere ancora oggi. 

L'8 marzo ha le sue radici nel Movimento internazionale socialista, quando nel 1907 Clara Zetkin e Rosa Luxemburg organizzarono la prima Conferenza internazionale della donna.

L'anno successivo, a Chicago, proprio a una delle conferenze del partito socialista, in mancanza dell'oratore ufficiale prese la parola la socialista Corinne Brown, ferma sostenitrice dei diritti delle donne. La Brown affrontò il discorso dello sfruttamento da parte dei datori di lavoro nei confronti delle operaie, quello delle discriminazioni sessuali e quello dell'estensione del diritto di voto alle donne.

Questo fu quindi il primo atto del Woman's day (come fu chiamata in seguito la Conferenza internazionale delle donne). Ma la vera svolta della Giornata della donna si ebbe a Copenaghen alla Conferenza internazionale del 1910, quando in seguito allo sciopero di 20.000 operaie di New York, durato tre mesi, si decise di istituire in tutto il mondo una giornata che fosse dedicata alla rivendicazione dei diritti delle donne.

  Spesso si legge che la celebrazione dell'8 marzo è nata per ricordare il grave incendio alla fabbrica di camicie "Triangle Shirtwaist Company" di New York (ma a volte viene citata erroneamente una fabbrica di Boston),  avvenuto il 25 marzo del 1911: in realtà questo episodio fu solo una delle cause che portarono  a istituire questa giornata celebrativa.

Nel rogo morirono 146 operai di cui 129 donne: durante il lavoro erano state rinchiuse a chiave nello stabilimento per il timore di furti o di pause troppo lunghe. Alcune di loro avevano 12 o 13 anni, facevano turni di 14 ore al giorno e la settimana lavorativa andava dalle 60 alle 72 ore con un salario bassissimo.

E qui vorrei aprire una piccola parentesi: queste situazioni lavorative richiamano alla mente  quanto è accaduto in  Bangladesh il 24 aprile del 2013, quando crollò il Rana Plaza Hotel causando la morte di 1.130 lavoratori tessili. Lavoravano in assenza delle più elementari condizioni di sicurezza e anche quel giorno vennero ignorati gli avvertimenti sulla fragilità e l’insicurezza dell’edificio. Evidentemente, nonostante siano passati cento anni di storia tra i due eventi disastrosi, i diritti minimi dei lavoratori, donne e uomini, non sono ancora la priorità, nel mondo.

In ogni caso la tragedia della fabbrica di New York è ricondotta alla festa della donna perché è indubbio che contribuì moltissimo alla riforma della legge del lavoro negli Stati Uniti e quindi ad assicurare più diritti alle lavoratrici (ed è effettivamente uno degli eventi commemorati).

La celebrazione della Giornata della donna fu poi interrotta durante la Prima Guerra Mondiale, ma l'8 marzo 1917, a San Pietroburgo, le donne si unirono in una grande manifestazione per rivendicare la fine della guerra: questo fatto incoraggiò il popolo alle successive mobilitazioni che portarono alla rivoluzione e quindi al crollo dello Zar.

Quella data è quindi rimasta come il giorno in cui, grazie alle donne russe, ebbe inizio la Rivoluzione.

Per questo motivo nel 1921, la seconda Conferenza internazionale delle donne comuniste fissò come data celebrativa per la giornata della donna proprio l'8 marzo.

   In Italia la questa giornata fu celebrata per la prima volta il 12 marzo 1922, per iniziativa del Partito comunista che volle festeggiarla la prima domenica successiva all'8 marzo di quell'anno, e poi in modo veramente ufficiale nel 1946 quando nacque anche l'idea di abbinare a questa giornata il fiore della mimosa. In particolare questa proposta fu di Rita Montagnana e Teresa Mattei, due attiviste dell’UDI (Unione Donne Italiane): fu scelta la mimosa perché fiorisce nei primi giorni di marzo ed era accessibile a tutte le classi sociali.

    Negli anni successivi, l'8 marzo è diventato occasione e momento simbolico di rivendicazione dei diritti femminili (dal divorzio alla contraccezione fino alla legalizzazione dell'aborto) e di difesa delle conquiste delle donne. Ufficialmente, nel mondo, fu però solo nel 1977 che l’Assemblea generale delle Nazioni Unite propose una giornata per le donne (United Nations Day for Women’s Rights and International Peace).

Quindi, andando alle origini, si può vedere come la Festa delle donne sia nata proprio per celebrare il  momento in cui  i diritti civili delle donne hanno cominciato a esistere  almeno nel pensiero della società.  Poi, da qui a poter dire che le donne di tutto il mondo vedano effettivamente rispettati i loro diritti manca ancora tanta strada!

E infatti ancora non esiste la piena parità nel lavoro, non la parità a vivere una sessualità sana e responsabile senza coercizioni (come prevede lo statuto dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, se non bastasse la semplice e sacrosanta idea che tutti, uomini e donne, dovremmo avere gli stessi diritti) e soprattutto senza mutilazioni e violenze nel corpo o nello spirito, non la parità di istruzione, di espressione, di immagine (si va da donne troppo nascoste a donne troppo esposte: si pensi alla pubblicità, per esempio, che continua a presentare la donna come un semplice oggetto sessuale, oltre a costringerla alla perfezione estetica), non la parità nel vivere a pieno l'infanzia (si pensi al problema delle spose bambine o allo sfruttamento sessuale delle minori in alcuni -troppi- paesi del mondo) e sicuramente  non ho esposto tutte le parità mancate.

È chiaro che questa giornata non può essere considerata simile agli altri giorni "dedicati a" qualcuno o qualcosa: alla mamma, al papà, ai nonni, agli innamorati. La Festa della donna in realtà serve a ricordarci che c'è ancora molto da fare, quindi se ci viene regalato un rametto di mimosa non storciamo il naso con un accenno di snobismo femminista: è solo un simbolo, è vero (e spesso strumentalizzato per fini commerciali), come è vero che non basta un giorno all'anno per ricordarci delle donne, ma se non ci fosse nemmeno questo giorno? Sì, paradossalmente sarebbe molto meglio che non ci fosse una Festa della donna (con buona pace di chi vorrebbe continuare a guadagnarci sopra), come non c'è quella dell'uomo, del resto. Vorrebbe dire che al mondo non ci sono più diritti violati!  C'è poco da fare: i diritti delle donne, in qualsiasi campo, devono essere ancora affermati o difesi. Dunque ben venga ricordarcelo, almeno una volta all'anno.

Quello che conta è che non ci sia assuefazione alla mancanza di diritti: il senso vero di questa giornata starebbe quindi nel fatto che non dobbiamo dimenticarci dei diritti che ancora mancano.

Una cosa sì, però, è forse totalmente inutile: gli auguri. «Auguri!», e perché?  Non è un uomo, che ci deve dire «Auguri!», né dobbiamo dircelo tra noi donne, mentre ridiamo a comando in qualche raduno serale: siamo noi tutti, donne e uomini, che dovremmo augurarci, o meglio impegnarci, perché i diritti delle donne in questo caso, ma in generale di nessuno, non vengano più violati.

E come disse la Mattei, l'ex partigiana che negli anni successivi alla guerra avrebbe continuato a battersi per i diritti delle donne (e che, appunto, scelse la mimosa come simbolo dell'8 marzo in Italia): «Quando nel giorno della Festa della donna vedo le ragazze con un mazzolino di mimosa, penso che tutto il nostro impegno non è stato vano».

E quindi... impegniamoci, tutti, a partire dalla nostra piccola realtà quotidiana. Con o senza mimosa.

 

 

Marketing ingiusto

 

A S. Valentino

una rosa costa di più:

come mai, dimmi,

un attimo violento

costa poco,

poco

tutto lʼanno?

 

(tratta da Irene Marchi -  Fiori, mine e alcune domande, Sillabe di Sale Editore, 2015)

 

 (foto di Irene Marchi)


  15  Mar  2016 ,
Irene Marchi

Irene Marchi

Autrice di poesie con la raccolta poetica Fiori, mine e alcune domande - Sillabe di Sale Editore. Scrive di poesia e poesie nel suo blog Lapoesianonsimangia http://lapoesianonsimangia.myblog.it/  

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