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Scienze e Mestieri

Chindogu, le quasi invenzioni che fanno sorridere.

Chindogu, le quasi invenzioni che fanno sorridere.

Chindogu, in giapponese, significa letteralmente e approssimativamente, come per molte parole giapponesi, “strumento davvero strano” e consiste nel realizzare un’invenzione che risolve “quasi” un problema.

 

Kenji Kawakami, è considerato l’inventore di quest’arte “dell'idea inutile” e negli ultimi 17 anni ha raccolto nei suoi libri più di 600 esempi di chindogu dando a questa filosofia-disciplina un seguito internazionale.

Dan Papia, che ha introdotto questa “disciplina” al mondo di lingua inglese, ed è presidente della Internazionale Chindogu Society, porta come esempio l’idea di uno strumento che “ti impedisca di perdere sempre le chiavi”.

La riflessione logica più appropriata potrebbe essere: I portachiavi tradizionali sono piccoli, e per questo li perdiamo, ma se fossero grandi, dico davvero grandi? Immaginiamo un portachiavi delle dimensioni di una mazza da baseball, non lo perdereste mai più! È naturale che un simile oggetto non diventerebbe mai di uso quotidiano per la sua inesistente praticità, ma voi avreste inventato un chindogu. In pratica dovreste tenere in mano quell’oggetto e immaginare domandandovi: ma davvero qualcuno lo potrebbe usare? Quasi…

Perché un inventore possa iscrivere la propria invenzione a questa categoria deve attenersi ad alcune regole nelle quali la parola “quasi” assume un peso molto significativo.

Le regole del Chindogu.

Per prima cosa l'invenzione deve essere stimolata dal risolvere qualcosa di uso quotidiano ma poi essere inutile per mancanza di praticità.

L’oggetto deve esistere nella realtà. Qualcuno deve essersi preso la briga di costruirlo senza limitarsi a un semplice concetto o ad un mero progetto: non può essere una semplice idea!

Questi oggetti non possono essere venduti, nemmeno come uno scherzo, e fra l’altro l’umorismo, insito in queste realizzazioni, è in qualche modo solo un sotto prodotto, una conseguenza non indispensabile.

I chindogu non sono beni commerciabili perché contengono una purezza infantile e personale che con la mercificazione andrebbe persa.

Pervade ogni idea di questa disciplina uno spirito di anarchia; sono oggetti artificiali e concreti che spezzano le catene dell’utilità e rappresentano la libertà di pensiero e di azione contro il predominio soffocante della necessità: è la libertà di poter inseguire qualcosa anche se questa è inutile, anzi quasi inutile.


  26  Ott  2016 ,
Roberto Roverselli

 Direttore responsabile di CaffèBook. Giornalista iscritto all’albo (Odg. Toscana)  

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