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Società

Il decadimento sociale e il mito della caverna

Il decadimento sociale e il mito della caverna

Qualche giorno fa stavo giocando con la mia bambina quando, causa di forza maggiore, ho dovuto metterla sul seggiolino e lasciarla un attimo. Per non farla sentire sola ho acceso la tv (lo so, non mettere mai i bimbi davanti alla televisione da soli) sul canale “Boing”.

 

Canale per bambini/ragazzi. Prima di andare vedo che stanno trasmettendo un cartone. Al mio ritorno il programma “Selfieshow”: bambini o, meglio, parodie di bambini intenti a scimmiottare i grandi.

In particolare uno “spettacolo” mi ha inorridito: due bambine vestite e truccate da donne adulte (di una particolare categoria notturna) ballavano su una musica sensuale muovendosi goffamente.

Mi sono chiesta (oltre a domandarmi come i genitori potessero permettere una cosa simile) che fine abbiamo intenzione di fare. Non sto parlando e non voglio farlo di pedofili (che ci sguazzano in questi programmi), sto chiedendo se possiamo insegnare ai bambini a essere e rimanere bambini il più a lungo possibile.

Se possiamo porre un freno a questo decadimento sociale che sembra volerci soffocare.

Sono nata negli anni ’80, ho avuto una educazione giusta ma rigida. Nella mia famiglia c’erano tante piccole regole da rispettare e, a distanza di anni, questi piccoli accorgimenti mi aiutano ad essere una persona civile.

Sono cresciuta in mezzo ai libri ma alcuni appuntamenti tv erano quasi un obbligo: “Il pranzo è servito”, “TeleMike”, “La ruota della fortuna”, “Super Quark”, “Bim bum bam”. Non tutti programmi da intellettuali, certo.

Tutti però avevano una cosa in comune: il decoro.

Questo faceva sì che anche nella realtà le persone fossero più educate, civili, rispettose. Perché parliamoci chiaro: la televisione “educa”. Se la tv sdogana atteggiamenti, comportamenti, linguaggi, modi di vestirsi e via dicendo, le persone da casa si sentiranno autorizzate a comportarsi come hanno visto fare. Non si domanderanno se sia giusto o sbagliato perché l’hanno fatto in televisione e quindi deve essere copiato.

   Programmi spazzatura ce ne sono sempre stati ma adesso noto un appiattamento verso il “bruttume” (passatemi il termine: non sarà come petaloso ma rende l’idea), l’ignoranza più becera, il malcostume.

I talkshow di politica sono inguardabili: sembra la gara a chi urla più forte. Se fossi il conduttore di una di queste trasmissioni avrei spedito io più persone fuori dallo studio che un buttafuori dei locali. Invece no. Perché tutto fa spettacolo e quindi giù urla, insulti, maleducazione.

Non parliamo dei programmi che coinvolgono bambini con canti, prove culinarie e affini perché per me sfruttano solo questi adulti in miniatura.

Arriviamo ai contenitori pomeridiani e raggiungiamo il nirvana del trash, l’apoteosi del cattivo gusto, il regno della tv spazzatura.

Sono quelle trasmissioni che ti fanno chiudere qualsiasi collegamento con il cervello. Parlo perché mi sono “divertita” a guardarne qualche puntata. Donne e uomini di cinquanta anni e passa a cercare l’anima gemella e a comportarsi peggio di adolescenti arrapati. Persone che raccontano il loro dolore e la loro vita in pubblica piazza. Conduttori e conduttrici dalla lacrima tanto facile quanto falsa. Fiction che dovrebbero chiamarsi telenovelas ma che non hanno attori all’altezza. No, scusate: che non hanno proprio attori. Infine, leggo sui giornali di gioielli di famiglia in bella vista su una delle più importanti reti italiane: sarà che sono su un’isola…

Ora, la domanda da farsi è: perché ci propinano questa spazzatura? Tagli al badget? Mancanza di risorse umane da impiegare? No, ce le propinano perché noi le guardiamo.

Perché noi le guardiamo? Perché non abbiamo più gli strumenti per poter dire: “No, stasera la tv rimane spenta.”

Perché non abbiamo più gli strumenti?

Perché ci siamo fatti andare bene per troppo tempo tante piccole sfumature di maleducazione che, adesso, hanno raggiunto un bel colore “buco nero”. Possiamo ben dire che si stava meglio quando si stava peggio: ai tempi del maestro che insegnava agli italiani a scrivere e leggere, in televisione andavano in onda trasposizioni teatrali, opere e operette, fiction tratte da libri importanti e degni di nota come Maigret, Le quattro piume...

Come è possibile, mi chiedo, che quando si era più ignoranti e c’erano sicuramente meno possibilità si anelava a elevarsi culturalmente e adesso invece cerchiamo di tendere sempre più verso il basso?

Forse, ora che la cultura sembra essere accessibile a tutti, ha perso il suo fascino e quindi non ci interessa più? Forse pensiamo “è lì, posso prenderla quando voglio” o ci siamo imposti di frenare la nostra sete di conoscenza?

Ricordate il mito della caverna di Platone?

   Prigionieri, incatenati fin dall’infanzia, costretti a guardare il muro della caverna per sempre. Un fuoco proietta le immagini provenienti dall’esterno. Un giorno, uno di loro viene costretto prima a voltarsi e poi a uscire; dopo un primo periodo di smarrimento iniziale comprende la realtà delle cose e vorrebbe tornare indietro per mostrare ai compagni la verità ma capisce che rischierebbe di venire ucciso perché incompreso, o meglio incomprensibile, agli occhi ciechi dei suoi, ormai ex, compagni.

Questo è quello che sta succedendo a noi: incatenati a guardare un muro ciechi al mondo. Cervelli nati liberi e cresciuti inscatolati in comportamenti standardizzati e accettati dalla società civile.

Essere alternativo ormai vuol dire essere educato e avere cultura.

Certo, non si deve demonizzare la televisione, le radici di questo pericoloso declino sono più profonde e vanno ricercate nella società stessa. Io credo che in realtà siamo solo stanchi. Stanchi fisicamente e mentalmente e la cultura richiede impegno.

Non siamo messi nelle condizioni di poter scegliere perché quando arrivi a casa dopo una giornata di lavoro, o quando stenti ad arrivare a fine mese con la tua pensione, o quando ti licenziano perché troppo vecchio ma non abbastanza per la pensione, o quando ti danno uno stipendio da fame perché neo assunto, o quando trovi dei capi (messi lì grazie alle raccomandazioni) che non sanno fare nulla ma pretendono, l’ultima cosa che ti viene in mente è pensare. Perché pensi alle tue preoccupazioni tutto il giorno e di conseguenza a casa vuoi staccare il cervello: morfina per la mente.

Così la cultura diventa sia accessibile a tutti (internet, wikipedia etc..) sia elitaria. Un paradosso, è vero, ma è la realtà dei fatti. Dovremmo trovare la forza per dire basta, dovremmo avere il coraggio di guardare noi stessi e poi i nostri figli e domandarci che tipo di persone desideriamo diventino, ricordandoci che il loro esempio dovremmo essere noi e non i personaggi televisivi. Pensando a questo forse miglioreremo noi stessi per veder fiorire loro: adulti pensanti, educati, civili.

Analizzati i fatti mi chiedo se vogliamo veramente volgere lo sguardo all’apertura della caverna o se, come nel mito, attendiamo qualche intervento non necessariamente divino che ci obblighi a farlo in modo da poter dire: “Io non volevo. Mi hanno obbligato”.

In un mondo che urla l’uguaglianza io anelo la diversità.

 

 

 

 

( foto da haikudeck.com, allartnews.com, stopmensonges.com mito della caverna di Platone)

 

 

 


  06  Apr  2016 ,
Chiara Babocci

 

 

 

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