Skype Caffebook

Società

Colpire il corpo per punire

Colpire il corpo per punire

Due poeti iraniani sono stati condannati a novantanove frustare e a undici anni di carcere per aver stretto la mano a persone dell'altro sesso in pubblico e aver condiviso delle poesie considerate propaganda contro lo Stato.

 

Siamo in Iran, un paese dove la tortura e la pena di morte sono ancora in vigore, come del resto in molti altri paesi del mondo.

Troppi.

Sospendiamo per un istante la riflessione sulle cosiddette torture psicologiche.

L'abitudine di colpire il corpo per punire è una pratica che esiste da sempre, e persiste anche ai nostri giorni, nonostante i numerosi trattati internazionali.

Chi sostiene la bontà di queste modalità punitive considera che siano necessarie delle dimostrazioni forti e che queste funzionino da deterrente. Inutile ricordare che non è mai stato così, che infliggere dolori indicibili al corpo non ha mai redento nessuno, né rieducato. I dati parlano chiaramente: i paesi che applicano punizioni di questo tipo, o la pena di morte, sono teatro di delinquenza quanto gli altri che non la accettano.

Importante ricordare, invece, che spesso la tortura è utilizzata per colpire dissidenti politici, persone scomode ai regimi dittatoriali.

Violare il corpo di un altro essere umano è un'azione gravissima. È grave quando a farlo è un individuo ai danni di un altro, è ancora più grave quando è lo Stato ad esercitarlo razionalmente.

La tortura è praticata solo dagli esseri umani, gli animali non lo fanno ai loro simili. Paradossalmente, proprio l'uomo che è in grado di provare empatia verso gli altri, riesce a concepire una serie infinita di azioni violente e crudeli ai danni del prossimo.

Proprio perché l'empatia nell'essere umano è innata (tranne nei casi di alcune patologia psichiatriche), è necessaria una grande azione di rimozione per esercitare violenza all'altro quando non è in grado di difendersi.Vedere la sofferenza negli occhi altrui, sentirne le urla è qualosa che scuote l'anima profondamente. Forse per questo spesso si bendano gli occhi alle vittime e si impedisce loro di urlare.

La tortura imbruttisce l'anima di chi la pratica, la porta a una degenerazione irreversibile.

Chi crede all'esistenza di soggetti che davvero riescono a compiere atti di una tale gravità senza restarne toccati si inganna. Forse a un livello cosciente e razionale alcuni (e la nostra storia lo sa) potranno continuare a difendere le proprie posizioni, a dirsi non pentiti, ma il prezzo pagato per questo è elevato. Occorre aver rinunciato a una porzione rilevante della propria umanità, è necessario operare una scissione pericolosa.

Siamo assuefatti alla violenza, ne vediamo talmente tanta che oramai non ci facciamo più caso. Ma nella gran parte dei casi è una violenza filtrata da immagini. Chi l'ha vissuta davvero su di sé ne ha una percezione diversa. Non viviamo in un film, dove alcune azioni sembrano facili e senza conseguenze per l'anima.

Pensiamo non ci siano alternative. Che possibilità abbiamo di redimere chi sbaglia se non infliggiamo una punizione?

Una tribù africana ha un rituale specifico per le occasioni in cui un membro del gruppo compie un'azione contro la collettività.

I membri della comunità si mettono intorno a chi ha sbagliato, a turno tutti ricordano al "colpevole"  le buone azioni compiute nella sua vita. Lo abbracciano, lo integrano.

Certo questa è una prospettiva completamente diversa. È la differenza tra punire ed educare. Presuppone accoglienza, assenza di giudizio, il desiderio di fare all'altro ciò che vorremmo fosse fatto a noi. La voglia di rendere il delinquente un elemento nuovo della collettività e non un emarginato.

È l'esercizio di una grande empatia.

 

 

 

 

 

 

( immagine dal sito amnesty.org.in)

 


  21  Dic  2015 ,
Daisy Franchetto

Daisy Franchetto scrittrice

Devi effettuare il login per inviare commenti