L’emozione che nasce dal creare

 

 Quando apro le pagine di un ottimo libro è come se attraversassi una porta magica che mi introduce nel mondo descritto dall'autore.

Mi emoziono, sorrido, rifletto, commento… per tutta la durata del viaggio i protagonisti mi stanno vicino, accompagnandomi nel corso delle giornate, in paziente attesa che le mie incombenze finiscano per poter proseguire il filo interrotto della loro storia.

La vicenda mi coinvolge e mi affascina, rendendo difficile fermarsi alla fine del capitolo e chiudere la porta per rientrare nel mondo reale.

Quando mi sono ritrovata a dar vita a una vicenda sulla carta avevo presente l’intelaiatura della trama, i personaggi, l’inizio e la conclusione, ma spesso mi arenavo in punti di cui avevo un’idea nebulosa e non sapevo come proseguire o implementare.

Poi accadeva che una scintilla accesa da una frase, un ricordo o un’immagine rendesse attive le dita che si mettevano a scrivere:

alla fine rileggevo un testo il cui contenuto mi stupiva perché sembrava saltato fuori per incanto… «come se qualcuno l’avesse dettato» commentai una volta.

Un giorno mi trovai ad affrontare un problema fisico alla vigilia di Pasqua e chiesi aiuto a un amico pranoterapeuta, che non faceva quello di mestiere ma che sapevo essere bravo.

Il malanno passò e lo ringraziai, chiedendo quanto gli dovessi. «Nulla» rispose, «sono solo lo strumento di Qualcuno più importante, non è me che devi ringraziare. Io non ho fatto nulla».
Rimasi perplessa e colpita dalla serenità della voce e dello sguardo, nonostante leggessi la stanchezza che quel gesto aveva provocato in lui, levandogli molte energie.

Stupita dalla modestia di un atto con cui altri si sarebbero vantati o che avrebbero fatto pesare. Ammirata ma non in grado di comprendere.

Successivamente mi capitò tra le mani un libro letto molti anni prima, “Il canto della meditazione” di Osho.

L’autore risponde alla domanda su cosa sia la spinta a creare.

Per lui è il primo segnale del divino nell’uomo e incoraggia a seguirla perché non è importante ciò che si realizza ma la creazione in sé, dato che esprime qualcosa che non è di questo mondo.

Quando l’uomo crea si perde nel gesto.

Se dipinge, canta o balla, l’uomo scompare.

C’è veramente danza quando il danzatore non c’è più

Se questo è ancora presente non si tratta di un atto creativo ma di abilità tecnica.

C’è uno che sa ballare ma non il danzatore. Il vero danzatore non sa nulla: dimentica ogni abilità e tutte le tecniche che ha imparato, dimentica sé stesso e si perde completamente. Non può nemmeno dire che sta danzando ma solo che Dio si è impossessato di lui e di essersi trasformato nel campo su cui Dio danza.

Attraverso l’atto creativo l’uomo conosce Dio percependo una grande soddisfazione.

Rimasi colpita da queste parole: iniziai a osservare da un’altra prospettiva il comportamento del pranoterapeuta, sciogliendo le perplessità che non avevo compreso. Associai la sua reazione alla sorpresa provocata dall'azione delle dita che scrivono e all'appagamento che ne segue.

Poi accadde un altro episodio che mi lasciò sconcertata. Ascoltai per caso alla radio l’intervista fatta a un noto cantautore italiano a cui venne chiesto se gli succedeva ciò che capita ai grandi artisti che, quando compongono, scrivono o dipingono, ritengono di non essere gli autori dell’opera ma solo semplici strumenti che li portano a creare capolavori.

Il cantante sorridendo confermò, rivelando che per lui l’artista fosse solo il traduttore di eventi ed emozioni, un semplice tramite, e che il difficile stesse nel mantenere negli anni la fama indegnamente conquistata, cercando di camuffare il sentirsi un semplice uomo e di convivere con l'immagine pubblica del personaggio famoso.

Il dialogo ascoltato, le parole lette, le azioni osservate, fecero nascere alcune immagini nella mia mente:

quella del “creatore” come strumento musicale suonato da mani misteriose o di uno scriba la cui abilità sta nel raccogliere note e lettere sparse nell'aria, sintonizzandosi con l'energia che lo circonda, lasciandosi catturare da un soffio e concretizzandolo nelle sue opere.

Oppure di una sarta che prende rimasugli di stoffa colorata, con cui da soli non si potrebbe fare nulla, e li unisce con ago e filo per realizzare una variopinta coperta patchwork con cui scaldarsi nelle fredde sere invernali.

Sono lavori faticosi il cui risultato origina un rapimento che mette in secondo piano la stanchezza, regalando profonda emozione.

L'emozione che nasce dal creare.

...Chiusa divenne pertanto la “cittadina di Dürer”,

mostrando un’inclinazione nell’ispirare gli artisti...

Albrecht Dürer