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Parole d'Autore

Il pericolo è il mio mestiere.

Il pericolo è il mio mestiere.

Paolo Mieli e Ferruccio de Bortoli sono due tra i maggiori giornalisti italiani, o quantomeno, tra i più conosciuti. Entrambi hanno diretto, anno più, anno meno, uno dei più importanti giornali italiani, il “Corriere della sera”, per una decina di anni.

Entrambi, attualmente, sono alla guida di due tra i più grandi gruppi editoriali del Paese. Perché ne parlo?

 

 

Per una singolare coincidenza.

   Intervenendo a “Ballarò”, il talk show che va in onda su Raitre, Paolo Mieli, durante la puntata andata in onda circa a metà aprile di quest’anno, sosteneva che il nostro Presidente del Consiglio sbaglia a battere i pugni sul tavolo, nelle sedi europee, perché quelli “…prima o poi ce la faranno pagare…”.

Anche a Ferruccio de Bortoli sta a cuore questo argomento e in una puntata di metà maggio di “Porta a porta”, il talk show di raiuno, ha chiesto al nostro Presidente del Consiglio se non ritenesse giusto alzare di più la voce in Europa.

Due illustri opinionisti che hanno due visioni del problema palesemente una all’opposto dell’altra!

Il bello della democrazia è anche questo. La diversità di opinioni su un argomento e la libertà di esprimerla anche ai massimi livelli.

Guardate un po’ quello che succede ai giornalisti in Turchia, di questi tempi, e vi renderete conto di quanto siamo fortunati!

Questo significa che abbiamo una buona informazione, una stampa libera e quant’altro?

Per niente, neanche a pensarlo! La pluralità non assicura, da sola, la democrazia o, per volare più basso, una informazione degna di questo nome.

Purtroppo la vita frenetica alla quale ci siamo costretti, per assicurare a noi e ai nostri figli di tutto e di più, anche il non necessario, se non il superfluo, ci lascia poco tempo libero e non ne abbiamo a sufficienza per informarci, riflettere e decidere con la nostra testa, su tutti gli infiniti temi e problemi dei nostri giorni.

   E così ci siamo ridotti alla “appartenenza politica”. Non dobbiamo più romperci la testa, ragionare, pensare e così via se, per fare un esempio, è giusto votare sì o no a questo o a quel referendum.

Non abbiamo tempo per informarci sulle leggi, sul mercato, sulla storia e quant’altro per riuscire a capire e a decidere, autonomamente, se le trivelle sono utili e come e perché o se quella riforma risolve il problema dell’ingovernabilità o lo aggrava e così via.

Dovremmo saperne di petrolio, di mercato, di inquinamento, di interessi politici, economici e così via se si parla di trivelle. O saperne di storia, della Costituente, del pingpong istituzionale tra le vari Camere e, ovviamente, conoscere i contenuti di quanto si propone, per decidere autonomamente e di testa nostra.

Ecco che allora arriva in nostro soccorso “l’appartenenza politica”. L’unica cosa che dobbiamo capire, e sapere, è con chi stiamo. Tutto qui.

Stiamo con la destra? Andiamo in edicola e troviamo decine di giornali che ci parlano solo ed esclusivamente delle nefandezze della sinistra.

Siamo di sinistra? Andiamo in edicola e troviamo i giornali che ci parlano solo ed esclusivamente delle nefandezze della destra. E così via.

Tutti hanno i loro giornali e giornalisti di riferimento.

Che sia un partito, che sia un movimento, in edicola troverete il vostro quotidiano, quello della vostra parte, che vi dirà cosa pensare e cosa ripetere nelle discussioni, per attaccare l’avversario della parte opposta e per non far capire all’altro che, su quel problema, non vi siete documentati e non ne sapete un beneamato niente. Ma non è importante. L’importante che sappiate l’ultima parola d’ordine o l’ultimo hastag. E che li ripetiate, anche a vanvera, come un mantra.

L’obiezione mi è venuta immediata, nella mia mente malsana, e l’avrei esternata subito, se fossi stato il conduttore di quel talk show.

Ma io non sono un giornalista.

E se fossi stato un giornalista, probabilmente, mi sarei guardato bene dal farla. E difatti il conduttore non l’ha fatta. Perché? Perché…

Se io penso che il Capo del Governo di uno dei maggiori paesi europei non dovrebbe battere i pugni sul tavolo, perché sennò quelli, prima o poi, ce la faranno pagare… io che sono solo il direttore di un giornale, che faccio?

Faccio diversamente? Magari informo i miei lettori degli intrallazzi tra criminalità, politica e finanza, di cui sono a conoscenza? Fossi scemo! Quelli, prima o poi, me la farebbero pagare!

E, se il ragionamento funziona, ci sono più probabilità che dai nostri giornali sapremo solo l’ultimo slogan, l’ultima parola d’ordine, l’ultimo hastag o sapremo veramente come stanno le cose? Decidete voi.

Per molti decenni uno dei maggiori quotidiani nazionali era proprietà FIAT.

Per mezzo secolo, più o meno, i giornalisti di quel giornale, con non molta efficacia, hanno tentato di convincerci che il loro non era un giornale aziendale, e che loro erano giornalisti liberi, indipendenti e… perepè perepè perepè.

E per decenni, io che sono un ingenuo, mi sono chiesto perché mai un’azienda che costruisce automobili, compra un giornale. Avrei capito se avesse comprato un’azienda che produce cruscotti, motorini di avviamento, un’acciaieria… insomma, qualcosa che può trovare utile possedere.

Ma di un giornale che se ne fa un’azienda che produce auto?

Finalmente ho potuto smettere di farmi questa domanda. Appena il “sciur paron da li beli braghi bianchi” ha deciso di spostare tutto a Detroit e che l’Italia non gl’interessava più, ha venduto le sue azioni ed è uscito dalla proprietà di quel giornale.

Quando si dice la libertà d’informazione.

O di formazione, come sarebbe più giusto dire. Perché i giornali non devono informare. Devono formare. Devono fornire parole d’ordine, slogan, hastag ai loro lettori, che non hanno tempo, e modo, di informarsi.

Se avete voglia e tempo, fate questa verifica. Seguite i telegiornali, che siano RAI o altri. Ma poiché solo per la RAI si paga il canone, limitatevi a quelli, per cominciare.

Guardatevi i “servizi” che gli “inviati” mandano e che la RAI mette in onda nei suoi telegiornali. Che sia Londra o New York o Il Cairo, generalmente “l’inviato” vi informa di cose che potete tranquillamente trovare sul web o sulle maggiori agenzie di stampa: Ansa Reuters e così via.

Alle loro spalle scorrono immagini insulse, ordinarie. I grattacieli di New York, il portone di Downing Street o il traffico del Cairo.

Qualunque ragazzotto raccomandato di poco conto, con l’unica necessaria competenza che è quella di conoscere l’inglese e/o l’americano può confezionarli, standosene comodamente seduto a casa sua, anche se risiede a Canicattì o a Rho.


Se è un “inviato speciale” perché non vi parla dei cappellini della regina ma dell’ultima strage in qualche paese del Medio Oriente o di chissà dove, allora alle sue spalle o sul video, senza che nemmeno faccia la fatica del trucco per mostrarsi, scorrono immagini di Al Jazeera, della BBC, della CNN e così via.Gli basta una parabola e una connessione internet. La differenza tra “inviato” e “inviato speciale” e che se è solo inviato, allora basta che alle sue spalle scorrano le immagini del traffico de Il Cairo o dei grattacieli di New York.

Se vi va, fatela questa prova, stasera o nei giorni a venire e, quando avrete visto un servizio dell’inviato a Vattelapesca, chiedetevi: Un qualunque ragazzotto raccomandato di poco conto, che sappia usare internet e conosca l’inglese, poteva confezionarlo un servizio così, standosene comodamente seduto a casa sua, a Canicattì o a Rho che sia?

Se la vostra risposta è sì, allora chiedetevi quanti soldi costa alla RAI, cioè a noi, tenere un inviato a New York o in qualsiasi altra città all’estero per tutto l’anno.

Ovviamente se vi fate queste domande, rischiate di rovinarvi la serata. Meglio allora interessarsi al solito talk show e tenersi informati sugli ultimi slogan e sugli ultimi hastag.

Che potrete tranquillamente ripetere il giorno dopo nelle vostre accese discussioni politiche al circolo culturale, al bar dello sport o in qualunque altro luogo voi frequentiate per sentirvi “impegnati”. Ma se siete troppo impegnati e non avete tempo per uscire di casa, allora anche un blog va bene.

Ce ne sono di buoni, creati da fior di professionisti & associati.

 

 

 

 

 

 (foto da pixabay, wikipedia.org, europapress.net)


  03  Giu  2016 ,
Augusto Novali

 

 

 

 

 

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