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Cultura

Van Gogh e il mistero dell’orecchio mutilato

Van Gogh e il mistero dell’orecchio mutilato

È noto che l’eccentrico pittore Vincent Van Gogh si mutilò tagliandosi un orecchio con un rasoio.

Era il 23 dicembre del 1888 e ad Arles l’artista compì il folle gesto, avvolse il moncone in un foglio di giornale e lo inviò ad una donna come se fosse un macabro regalo di Natale.

Cosa abbia mosso in realtà tale azione è stato oggetto di molte discussioni, e negli anni altrettante sono state le teorie ipotizzate a tale proposito.

Alcuni hanno pensato che l’accaduto avesse avuto luogo forse in seguito ad un litigio con l’amico Paul Gauguin, altri che fosse stato Gauguin stesso, esperto schermitore, a mutilare l’amico, impazzito di gelosia a causa di una prostituta di nome Rachel, altri ancora che fosse stato proprio Van Gogh durante un attacco di epilessia.

In realtà in quei giorni Gauguin, forse spaventato dagli strani atteggiamenti del collega, non abitava più insieme a lui nella casa gialla, ma alloggiava presso un albergo. Pare che l’albergatore avesse confermato la sua presenza nella stanza, scagionandolo dall’accusa di tentato omicidio.

Finora, inoltre, è sempre stata convinzione comune che fosse stato asportato solo un piccolo pezzo del lobo dell’orecchio sinistro, ma dopo il ritrovamento di un documento medico, sembra che la mutilazione fosse invece molto grave, e che fosse estesa a tutto il padiglione auricolare.

Considerando il suicidio del pittore solamente due anni dopo, il fatto va inquadrato come un gesto autolesionista annunciante il più eclatante del 1890, quando si sparò al petto morendo dopo due giorni di agonia.

L’artista inoltre non era estraneo a precedenti gesti di autolesionismo, basti pensare alla mano bruciata con la fiamma di una lampada per dimostrare l’intensità del suo amore alla cugina Cornelia, che lo aveva rifiutato.

Felix Réy è il nome del dottore che medicò Van Gogh all’ospedale di Arles in seguito all’asportazione di parte dell’orecchio. Egli documentò l’accaduto addirittura con un disegno che, recentemente, è stato ritrovato da Bernadette Murphy negli archivi di Irving Stone, autore della celebre biografia dell’artista “Brama di vivere”. Ora è esposto ad Amsterdam al Museo Van Gogh.

Lo scrittore si era infatti recato ad Arles nel 1930 per documentarsi e aveva incontrato il dottor Réy che, evidentemente, gli aveva mostrato il disegno.

Lo schizzo ritrovato tra le carte di Stone porta la data del 18 agosto 1930 e mostra chiaramente la vastità del danno e la pazzia del pittore.

Bernadette Murphy ha scritto un libro che ha come argomento l’orecchio di Van Gogh e la storia ad esso connessa, evidenziando in esso la figura di una donna misteriosa.

Chi era dunque la persona che ricevette il macabro pacco?

La maggior parte delle tesi la identificano con Rachel, la prostituta a cui il pittore e il suo amico erano evidentemente in qualche modo legati, e che aveva posato una volta per Van Gogh, ma la Murphy sostiene invece che si tratti di una giovane cameriera di nome Gabrielle.

Tuttavia la domanda più pressante è perché Vincent Van Gogh decise di mozzarsi l’orecchio.

Lo studioso Martin Bailey sostiene che il gesto fu dettato dalla forte depressione derivata dalla notizia del prossimo matrimonio del fratello Theo.

Il pittore dipendeva infatti economicamente dal fratello che, una volta convolato a giuste nozze con la sua Johanna, non avrebbe più provveduto allo squattrinato artista.

A sostegno di questa tesi c’è una lettera scritta da Theo a Vincent nel 1888 per comunicargli la lieta notizia del fidanzamento con Johanna Border. Questa lettera fu inserita nel dipinto del 1889 “Natura morta: tavolo con cipolle”, dove è visibile nell’angolo in basso a destra del tavolo.

Il mistero che avvolge la vita del celeberrimo artista non è comunque, almeno per il momento, destinato a risolversi.

Anche sul suicidio di Van Gogh infatti vengono sostenute diverse teorie. Una tra queste indica che in realtà si sia trattato di omicidio.

I biografi Steven Naifeh e Gregory White Smith hanno scritto un libro nel 2011 “Van Gogh: The Life”, che è valso loro il Premio Pulitzer. Essi sostengono che il suicidio sia da escludere in quanto il pittore si era più volte dichiarato contrario a tale pratica.

Inoltre, come è stato rivelato nel 2014, la pistola non fu mai ritrovata e sulle sue mani non c’era alcun tipo di segno o di bruciatura da sparo.

Quale che sia la verità, resta il fascino di questo pittore maledetto, vittima della follia forse indotta dal piombo contenuto nei suoi colori.

 

 


  25  Ago  2016 ,
Paola Bianchi

 Paola Bianchi: Romana di nascita, ma cittadina del mondo, Paola Bianchi è laureata in Lingue e Letterature Straniere Moderne e insegna lingue e materie letterarie, oltre a lavorare come correttrice di bozze e traduttrice. Appassionata di tutto ciò che ruota intorno ai libri ha un proprio blog: librieemozioni.altervista.com

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